SPECIALE PINOCCHIO - Pinocchio e le "viscere" di Roberto Benigni
Pinocchio brucia calore, intensità, meraviglia. E' un piccolo atto d'amore questa sua follia utopica e rivoluzionaria, questo suo infrangersi in ogni momento contro le secche del film che avrebbe voluto dedicare al sublime burattino, ma al tempo stesso un karakiri umano che ci stravolge di violenza, di candore, di innocenza

Ci sono delle opere di fronte alle quali è impossibile trattenere l'emozione, lo sconvolgimento, il pianto. Sono degli sguardi che ti lavorano dentro, delle emozioni al lavoro capaci di essere storia, racconto, ma anche vissuto, in grado di contenere dunque delle microcellule di vita che sembra scoppiare per quanto è vera, autentica, sofferta. Francamente un'opera del genere non ce la aspettavamo da Benigni. E non perché ci avesse abituato male nelle opere precedenti, ma soltanto perché il suo Pinocchio brucia calore, intensità, meraviglia, come da anni non ci capitava di veder al cinema, come forse non ci capiterà più. E' un piccolo atto d'amore questa sua follia utopica e rivoluzionaria, questo suo infrangersi in ogni momento contro le secche del film che avrebbe voluto dedicare al sublime burattino, ma al tempo stesso un karakiri umano che ci stravolge di violenza, di candore, di innocenza. La costruzione di un set rutilante di invenzioni scenografiche e visive sconvolge, certo, ma solo ad una prima occhiata. Il cuore del film non si trova nel fondale di cartapesta ideato dal grande Donati, o dal guizzo visivo che fa scartare il tono fiabesco in metamorfosi delirante di una mutazione in progress. No, le viscere di Roberto si trovano da un'altra parte, all'interno di una prospettiva differente. Nel momento in cui Pinocchio piange sulla tomba della fatina ad esempio, o forse ancor di più quando rivolge l'ultimo saluto all'amico/somaro Lucignolo morente. Non c'è cinema che tenga, non esiste set inventato/ costruito/ smontato che possa reggere il patimento di un corpo fuori/dentro la finzione che non regge, che per forza di cose deve capitolare. Bisogna dire che Roberto si è mascherato bene. Ha cercato di occultare come meglio non si poteva il proprio essere letteralmente sopraffatto da una materia che scotta, ha costruito una messinscena perfetta (vedere la lunga sequenza del paese dei balocchi per credere) per poi terremotarla all'insegna di un decoupage che non ha niente a che vedere con una sintassi filmica che si rispetti, anzi. Non possono esserci parole sufficienti per descrivere l'ansia di un ritrovamento (Pinocchio e Geppetto nella balena), non potrà mai essere dato il regno della Possibilità d'essere bambino prima che uomo, pezzo di legno prima che burattino, senza che dal cuore angusto di una scena in procinto di esplodere non esca fuori un diluvio di passione che ci sconvolge anche nel momento in cui scriviamo. Fa un certo effetto vedere questo Pinocchio immerso nel triste girotondo del cinema italiano di oggi.
Fa effetto perché Benigni sembra lasciarsi alle spalle una volta per tutte i gretti provincialismi di cui il nostro cinema pullula, immolandosi con tutto il suo bellissimo/dolorante/immenso corpo nel detour impazzito di una megalomania frastornante che non può lasciare indifferenti. Benigni è Pinocchio, come Benigni, in scena dalla prima all'ultima sequenza, è in tutto ciò che filma, in ciò che percepisce, in ciò che registra col brusio silenzioso della sua macchina da presa incantatrice. Non ci sorprende dunque che i tenori stonati della nostra cara stampa si siano affrettati a depositare questa lacrima di Roberto nel triste oblio delle occasioni non sfruttate, delle promesse non mantenute. Non ci sorprende e francamente ci fa anche un po' ridere. Si è detto che Roberto amava tropo questa storia e che alla fine ne è rimasta succube, e allora? Che c'è di più bello di un autore che soffre perciò che racconta, che quasi non ce la fa a finire l'ultimo giro di manovella? Forse soltanto l'ombra finale del burattino che segue la carne del nuovo Pinocchio fino all'entrata della scuola, per poi eclissarsi per sempre nel cielo luminoso dell'immaginazione. Grazie Roberto.
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