"Simon Konianski c'est moi" - Incontro con Micha Wald

"Molti dei fatti che vedete nel film mi sono accaduti direttamente. Sono storie che ho vissuto e che ho voluto riportare. Ero interessato a confrontarmi con la generazione dei settantenni e a mostrare quanto la loro visione politica sia mutata col passare degli anni. Da “comunisti” sono diventati, soprattutto in rapporto al conflitto israeliano, quasi razzisti." Micha Wald presenta il suo Simon Konianski a Milano.

micha waldChiacchierata interessante con il giovane regista Micha Wald, che parla della natura autobiografica del suo film, dei suoi rapporti familiari, dei personaggi strampalati e dei registi ai quali si è ispirato. Con una rivelazione interessante: il viaggio dei protagonisti si rifà a un episodio fondamentale della sua vita

Simon Konianski è il mio secondo lungometraggio. All’origine del film c’è un cortometraggio del 2004, Alice et moi, nato da una mia delusione amorosa. La mia intenzione era quella di vendicarmi di tale ferita attraverso una commedia, ma alla fine mi sono reso conto che il mio alter ego, ovvero il protagonista, ne usciva malissimo. Ho deciso così di riorganizzare il discorso in un lungometraggio, anche perché il corto era andato molto bene e aveva ottenuto numerosi riconoscimenti. E così, dopo il mio primo lavoro, Voleurs de chevaux, ho cominciato questa lunga avventura”.

Colpisce molto il rapporto padre – figlio. Ci sono riferimenti autobiografici?

“Innanzitutto ci tengo a precisare che tra me e mio padre le cose funzionano. Mi sono però certamente ispirato a lui per il film. Anzi, potrei dire che Ernest è una sintesi di mio padre e mio nonno. Ero interessato a confrontarmi con la generazione dei settantenni e a mostrare quanto la loro visione politica sia mutata col passare degli anni. Da “comunisti” sono diventati, soprattutto in rapporto al conflitto israeliano, quasi razzisti”.

Che ci dice dei personaggi? Sono tutti piuttosto bizzarri.

“Il mio preferito è il coniglio. Scherzi a parte, sono affezionato a tutti i personaggi, nati in parte dalla mia fantasia e in parte dalla realtà. Lo zio Maurice ad esempio ricalca un mio parente che aveva effettivamente combattuto nella guerra di Spagna e dopo questa era un po’ uscito di senno”.

E il viaggio? Ha una base concreta o immaginaria?

“Ho compiuto un viaggio simile nel 2002 quando è morta mia nonna. E molti dei fatti che vedete nel film mi sono accaduti direttamente. Ad esempio la scena alla dogana è reale. Sono storie che ho vissuto e che ho voluto riportare”.

Il film è ricco di conflitti familiari. Anche questi sono autobiografici?

“Non proprio, per fortuna. Ho due figli piccoli e per il momento non ho avuto contrasti con loro. Il problema della circoncisione del più grande me lo sono posto anch’io però. Da un lato c’ero io che non volevo, dall’altro mia moglie, non ebrea, che spingeva perché ciò avvenisse nella convinzione che la mia tradizione e la mia cultura venissero tramandate. Questo è un aspetto serio che merita una lunga riflessione. I “vecchi” rabbini temono che le nuove generazioni dimentichino i loro precetti”.

Ultima domanda: che cosa l’ha influenzata di più a livello stilistico? Il cinema americano indipendente?

“Soprattutto i fratelli Coen con Fargo e Il grande Lebowski e Wes Anderson per gli oggetti e la scenografia. Devo dire però che il mio film era già pieno di suo, per cui sono partito da una buona base e mi sono fatto contaminare solo in seguito dai miei gusti cinematografici”.

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