Più vicini al Paradiso... grazie a Benigni

Come negli exploit di Andy Kaufman quando ipnotizzava (e faceva incazzare) il pubblico a forza di forsennate letture di testi letterari, di poesie, di romanzi, ne "L'Ultimo del Paradiso" Roberto si è fatto corpo tra i corpi, lacrima tra i sorrisi, esibizione sbilanciatissima di un umore artistico/ umano/ passionale di una sincerità quasi imbarazzante

Roberto Benigni ci ha fatto il più bel regalo di Natale. Una lenta e meravigliosa implosione di tutto il suo cinema, dell'intero suo sguardo, di tutto se stesso. La televisione ieri sera è finita, implosa, terminata. Ridotta ai minimi termini insomma, da un corpo libero, incasellabile, commovente. E' stato come assistere al big bang della rappresentazione che ci si srotola finalmente davanti senza più filtri, senza censure, senza ostacoli. Un cuore pulsante, un primo motore mobilissimo di emozioni a fior di pelle che sono cinema allo stato puro, battiti incandescenti, viscere in tripudio. Nel suo Ultimo del Paradiso, Roberto si è fatto corpo tra i corpi, lacrima tra i sorrisi, esibizione sbilanciatissima di un umore artistico/umano/passionale di una sincerità quasi imbarazzante. E' l'anima dello Spettacolo, la retrovia improvvisamente illuminata di un set che racconta il desiderio, immergendoci nello stato primordiale delle cose, quando si è ancora bambini, nel momento in cui ogni cosa ha un sui preciso nome che non è mai quello corrispondente alla risistemazione politica della comunicazione.

Ecco allora il potere infantile della non-appartenenza radicata in un linguaggio innanzitutto corporeo, l'unico a poter essere universalizzato prima ancora di essere espresso, dunque rappresentato. C'è tutto il Benigni che conosciamo in questo show/confessione/smarrimento/cinema, ma anche tanto di più. Si incomincia con una sorta di remake assurdo delle gag politiche, del Berlusconi contro tutti, del giullare che irride la corte mangiando la corte, facendo un solo boccone di tutta l'improbabilità odierna dello stare al mondo. Qualche novità in diversi affondi, ma soprattutto la volontà di ripetersi nell'incontenibile ansia da srotolamento ilare/drammatico di festa. Nel rituale fotogrammatico del villaggio globale, gli ipertesti che Roberto utilizza sono dei fossili ormai ampiamente sedimentati in un immaginario collettivo in-movimento. Ma non basta, non può bastare. Non si può far finta di nulla e ri-giocare con il paradosso del set quasi vuoto, in balia di un corpo vittima inesistente (i genitali di Baudo, la gonna della Carrà), dunque via la maschera, il travestimento, il trucco. Roberto è solo, incapace di contenere i ricordi appassionanti del non-più-corpo di Pinocchio. "Non ci garba punto far cri cri" perché l'istituzionalizzazione dell'atto non è mai un bello spettacolo da vedere. Ce lo ha dimostrato Roberto nell'inizio del suo capolavoro di quest'anno, ma non era ancora sufficiente. Di fronte ad una schiera agguerrita di bambini provenienti dritti dritti da Collodi, si può ancora provare ad essere bambino, a dimenticare il condizionamento sottilmente regressivo della macchina politica dell'età, agitandosi allora accanto a loro, vicino alle vestigia mitiche di un limbo amniotico in cui rifiutare, dissentire, opporsi. Anche solo con il corpo. Soprattutto a Natale dunque, immersi come siamo nello scoppio imminente di un'altra guerra.

Il Natale non è più quello di una volta, eppure la neve riesce ancora a cadere (sia pur sotto l'effetto di un artificio tecnico). Possibilmente su Roberto che assapora un delizioso (e forse finto) lecca lecca, mentre intona un messaggio d'amore scanzonato, genuino, appassionato. L'ultima intonazione prima dello scatenamento impazzito dell'amore di una vita. E' la volta di Dante, dell'ultimo Canto del Paradiso. Nasce un nuovo, e diverso Roberto. L'anima introspettiva, quella che affonda nel cuore dello sguardo una vena di consapevolezza teorica da pelle d'oca. E' una parafrasi attenta del canto, un squadernamento attento delle rime dantesche, delle  loro sublimi corrispondenze interne. Sembra di assistere a uno degli indimenticabili exploit di Andy Kaufman quando ipnotizzava (e faceva incazzare) il pubblico a forza di forsennate letture di testi letterari, di poesie, di romanzi. Roberto diventa improvvisamente Dante (nomen omen peraltro di uno dei suoi immensi personaggi), il comico e il suo doppio, andato a cercare nelle intermittenze segrete di una passione che scavalca regolarmente ogni regola. Televisiva e non. Morte della televisione dicevamo. Di quella di oggi, di sicuro, spazzata via da una macchina (quasi) fissa che si fa veicolo rapsodico e illuminante di un'oralità anticipatoria, memorialistica, elettrizzante.

"Vergine, madre" l'inizio dell'invocazione di San Bernardo alla Madonna che in bocca di Roberto si fa dichiarazione d'amore al mondo, alla vita, alla resurrezione impossibile di un desiderio creduto morto. E' un ossimoro, un paradosso, un volo oltre i limiti di ogni testo, di ogni parola, di ogni dicitura. Roberto è oltraggioso, come la memoria irrequieta di Dante, incapace di arrendersi di fronte all'indicibile, all'oltre-umano. I versi continuano ad incedere, accavallandosi dolci e terribili, Roberto si butta su Dante interpretandolo, re-interpretandolo nelle liminalità rischiose della visione ad occhi aperti/chiusi, mentre la voce sibila i versi più belli della storia. E' un montaggio di immagini inconsce che non avrebbero alcun eguale visivo, è un caledoscopio incantato di suoni che trattengono nelle spire rifratte della melodia vocale/concettuale un senso che non può non eccederci. Roberto è certo consapevole dell'inanità singhiozzante del suo procedere, ma tant'è. Non possono esserci limiti di fronte alla forza inaspettata della dichiarazione d'amore, al cospetto di una Storia del Corpo che è la storia di tutti i corpi, di tutto il cinema che abbiamo visto fin'ora, della genesi infine dell'immagine-in-movimento, dal dentro della camera oscura dell'immaginazione, a quella rischiarata dalle luci di una dimensione che ci appartiene da sempre. Roberto ha riepilogato in un solo gesto tutto il nostro possibile senso, oggi. Lo ha fatto abbandonandosi ad una deriva che non è più nemmeno classicista, ma oseremo dire eterna, semplice, eppure immensa nel suo fulgore intellettuale e umano. Quello di essere dell'uomo, per l'uomo, con l'uomo. Anche quando è Dio, anche quando le parole sembrano mancare. Soprattutto quando si scopre che il mistero di un'epifania si nasconde dietro un vuoto, una mancanza. Un silenzio.

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