"Kon è stato il cineasta che più ha segnato quest'ultimo decennio". Intervista ad Andrea Fontana
In ricordo del maestro dell'animazione nipponica, recentemente scomparso a soli 47 anni, pubblichiamo una conversazione con Andrea Fontana, critico cinematografico e autore, insieme a Enrico Azzano e Davide Tarò, della monografia Satoshi Kon. Il cinema attraverso lo specchio
Il cinema di Kon ragiona spesso sui confini tra realtà e immagine, vita e sogno. Confonde i piani, ma sembra sempre ribadirne la differenza irriducibile. L’illusorietà affascinante e pericolosa del sogno/cinema da un lato, la dolorosa bellezza del reale dall’altro. Il suo è un cinema ossessionato dalle dicotomie e, in questo, sembra rispondere a forme di pensiero occidentali. Possiamo definirlo, insieme a Oshii Mamoru, il più occidentale dei cineasti (non solo d’animazione) giapponesi?Kon ha fatto parte della generazione successiva a quella dei grandi cineasti nipponici esplosi negli anni Novanta (Kitano, Miike, Miyazaki, Otomo, Oshii ecc.), il che lo ha portato a confrontarsi con un universo culturale che tende all'ibridazione occidente/oriente. Questo suo osservare l'occidente partendo da un retroterra orientale, lo ha reso un unicum nel panorama animato (e non solo) giapponese, sebbene la tendenza dei giovani registi di oggi sia esattamente questa. Ciò che in Kon è palesemente occidentale è il discorso metacinematografico che compie in tutte le sue opere. Pensa a Perfect Blue, che è anche un tributo al thriller di De Palma e del primo Dario Argento, pensa alla sequenza iniziale di Paprika, dove uno dei protagonisti attraversa letteralmente i generi cinematografici che hanno segnato parte della storia del cinema occidentale (fra le tante citazioni: Tarzan e Vacanze Romane).
E non è su questo punto che si produce lo scarto con un autore come Miyazaki, profondamente calato nella spiritualità orientale?
Sembra strano a dirsi, ma anche Miyazaki è inevitabilmente condizionato da un innesto culturale occidentale, come d'altronde tutto il Giappone che è sorto dalle ceneri del secondo dopoguerra. Le storie di Miyazaki hanno come base di partenza testi tipicamente occidentali: si pensi a Ponyo che s'ispira a La Sirenetta di Andersen, a Il Castello errante di Howl, tratto dal romanzo di Diana Wynne Jones, a La Città incantata che si rifà, in qualche modo, ad Alice nel paese delle meraviglie, per non parlare dell'influenza di Shakespeare nei confronti di tutta l'opera miyazakiana. Ma a differenza di Miyazaki, che rielabora in forma intimamente orientale suggestioni espressamente occidentali, Kon riusciva a dosare alla stessa maniera la fascinazione nei confronti di due mondi così distanti. Forse è per questo che è riuscito ad affermarsi in maniera così netta e veloce nel mercato europeo e americano (persino nella ostica Italia!), proprio perché ciascuno ritrovava nelle sue opere qualcosa del proprio mondo. E se questo "qualcosa" non era riferibile direttamente ad elementi culturali, lo era sicuramente nei confronti di quel mondo onirico che Kon, con maestria, riusciva a mettere in scena. Tutti sogniamo, indistintamente.
E rispetto al cinema del grande maestro Otomo, come si colloca il cinema di Kon? Quali sono gli influssi, manifesti, sotterranei? Quali le distanze?Nel libro che ho curato mi sono proprio occupato di questo aspetto. Kon nasce come allievo di Otomo, ma, a un certo punto della sua carriera artistica, se ne distacca completamente. Da Otomo prende il tratto realistico del character design, la scelta di una struttura narrativa complessa e non lineare (nel caso di Kon, quasi postmoderna), oltre che alcuni tratti poetici come l'ossessione della scienza come strumento capace di distruggere l'uomo se corrotta da interessi personali o politici, l'apocalisse come palingenesi sociale. Ma in tutti questi elementi Kon ha imposto un proprio, personale sguardo, che li ha resi qualcosa di essenzialmente diverso. Le sue Apocalissi, a differenza di quelle otomiane, emergono da una sintesi fra mondo reale e mondo onirico, come naturale conseguenza di un esigenza psicologica, dettata spesso da pulsioni ossessive e paranoiche. L'aspetto politico, in Otomo, è di estrema importanza, in Kon è praticamente assente. Insomma, da Roujin Z in poi, Kon è diventato autore tout court, e Magnetic Rose, l'episodio di Memories diretto da Koji Morimoto e scritto da Satoshi Kon tratto da una storia breve di Otomo, ne è l'esempio più lampante.
In definitiva, i film di Kon che posizione occupano nel panorama del cinema nipponico?
Kon è stato e sarà sempre il cineasta che più ha segnato quest'ultimo decennio. Con il suo personale modo di pensare e fagocitare cinema, attingendo da correnti importanti come il surrealismo, si è imposto all'attenzione del pubblico e della critica con pochissimi titoli. Era un uomo che non poteva pensare a se stesso e al suo cinema se non avendo in mente altro cinema, che fondamentalmente era la sua passione più grande. Con quattro film (e in attesa della sua opera postuma) e quello che, personalmente, ritengo il suo capolavoro, la serie Paranoia Agent, ha scritto il suo nome nella storia del cinema. La sua è un'opera che si sente rinchiusa all'interno dei confini nazionali, proprio perché parla un linguaggio universale. Ti racconto un aneddoto: Filippo Mazzarella, grande esperto di animazione giapponese, aveva organizzato una rassegna a Milano in cui proiettò tutti i film di Kon. Ai più risultava sconosciuto, tanto che molti entravano in sala con più di un sospetto, chiedendosi come facesse un film animato e per di più orientale a commuovere, come se la fisicità della realtà di un film dal vivo incidesse di più nell'elaborazione delle emozioni. Io fui invitato a presentare Millennium Actress. A proiezione conclusa la gente, commossa, uscì dalla sala con le lacrime agli occhi. Questo è Satoshi Kon, un uomo che con la sua arte astratta, fatta di disegni e sogni e illusioni ha saputo toccarci il cuore come pochi nella storia del cinema animato.
Intervista a cura di Aldo Spiniello
Trailer Paranoia Agent
Trailer Millennium Actress
Trailer Tokyo Godfathers
Paprika
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