"Il cartone sarai tu per sempre" - Intervista con i doppiatori di "Rio"
In una soleggiata mattina romana, i doppiatori italiani di Rio - Fabio De Luigi, Victoria Cabello, José Altafini, Pino Insegno, Emilio Carelli, Francesco Castelnuovo, Mario Biondi - incontrano la stampa, raccontando la loro esperienza tra primi approcci al microfono, fisicità del doppiaggio, scherzi, citazioni...e l'aiuto di Marco Guadagno.
In una soleggiata e calda mattinata romana, primo vero sprazzo di primavera, la terrazza dell'Hotel Exedra ha fatto da sfondo a un affollato incontro tra il cast di doppiatori italiani di Rio e giornalisti, con pargoli al seguito. Il cartone animato in 3D, ultima fatica di Carlos Saldanha, regista brasiliano che si è fatto conoscere con L'Era Glaciale, uscirà in 700 copie nelle sale italiane il prossimo 15 aprile e, prima ancora, aprirà la 15^ edizione di “Cartoons on the Bay” (7-10 aprile), per poi passare con cinque minuti di anteprima su Sky Cinema 3D il 10 aprile alle 21.10.
Presenti in sala tutti i doppiatori del film: Victoria Cabello (Gioiel), Fabio De Luigi (Blu), Pino Insegno (Rafael), Mario Biondi (Miguel), Josè Altafini (Luiz), Emilio Carelli (Tipa) e Francesco Castelnuovo (Armando). Menzione speciale per Marco Guadagno, il direttore del doppiaggio, a Los Angeles per motivi di lavoro, ma costantemente invocato dal cast, in una sorta di spiritoso tormentone che ha segnato la conferenza stampa. La prima domanda arriva proprio da uno dei bambini, incuriositi dal film.
È stato divertente doppiare il film? E gli uccellini blu esistono sul serio?
Fabio De Luigi: Sì, credo di sì, ma non sono così rari come nel film. Affinché la storia funzioni e vada avanti, si è dovuto fare in modo che Blu fosse un animale in via d'estinzione ed è il suo viaggio a Rio che dà il via alla storia. Questa non era la mia prima esperienza di doppiaggio, avevo già lavorato in Madagascar e Toy Story 3, ma mi sono divertito molto.
Per alcuni di voi questa è stata la prima esperienza di doppiaggio. È stato un lavoro difficile?
Victoria Cabello: In realtà, avevo già avuto un'esperienza con Drawn Together, una serie animata per la TV abbastanza estrema, ma questa è stata la prima volta che ho lavorato per il cinema come doppiatrice ed è stato un lavoro difficile, ma divertente.
Josè Altafini: Mi sono allenato per dieci giorni con il mio cane (il suo personaggio nel film è un bulldog, n.d.r.), ma non siamo riusciti a comunicare. Scherzi a parte, Guadagno è stato straordinario, mi ha aiutato molto e mi è piaciuto così tanto fare il doppiatore che adesso lo voglio fare come mestiere.
Pino Insegno: Eh, no! (ride)
Emilio Carelli: Da quando ho saputo che Minzolini ha fatto un film con Moretti, ho voluto anche io debuttare al cinema – afferma il direttore di Sky TG24 scherzosamente - così quando mi hanno chiamato, ho subito accettato volentieri. Il mio personaggio, Tipa, uno dei due scagnozzi imbranati, è un vero pasticcione che ne combina di tutti i colori. Ma il doppiaggio non è solo un qualcosa di divertente, mentre lavori scopri che doppiare ti chiama a tirar fuori emozioni, atteggiamenti, movimenti. E poi l'ho fatto anche per i miei bambini, due gemelli di due anni. Sono convinto che questo film diventerà un vero e proprio cult d'animazione e quando tra qualche anno lo potranno vedere, magari mi riconosceranno.
Francesco Castelnuovo: Sono molto contento di questa esperienza, anche se volevo fare un accento “brasileiro”, ma non me l'hanno fatto fare. Il mio personaggio, Armando, è quello alto, con la pettinatura afro. Insieme a Tipa fanno una coppia di delinquenti “fregnoni”, un po' Stanlio e Ollio, un po' alla Soliti ignoti. A proposito di Gassman, Guadagno ha voluto che facessi una voce come quella di Gassman in I mostri. Comunque, sono d'accordo con Emilio, Rio è destinato a essere un cult. E poi è un po' la versione ornitologica di Avatar perché gli uccelli sono blu e lei è un'eroina che non riesce a interagire con il compagno. A proposito di citazioni, però, Victoria ne ha una.
Victoria Cabello: Ma la devo dire? Va bene, a me questi due innamorati legati da una catena hanno un po' ricordato Dolls di Kitano.
Fabio De Luigi: Takeshi?
Victoria Cabello: Sì, Takeshi. E poi pure un po' Chaplin, Ejzensteijn...
Mario Biondi, tu sei il cattivo del film. Per te com'è stato doppiare Miguel?
Mario Biondi: Sì, io sono il cattivo e credo che pure questo uccello bianco esista. Io, a differenza, di lui ho meno capelli, è come se fossi passato nell'elica e ne fossi uscito fuori calvo. Per me si tratta del secondo film che doppio, il primo è stato Rapunzel, e grazie a Pino, che con Marco mi ha aiutato in sala di doppiaggio, sono stato coinvolto nel progetto. E poi anche io l'ho fatto per i miei figli, che sono sei, quindi ogni volta che andiamo al cinema è una sorta di leasing, invece stavolta il film se lo vedono gratis.
Pino, tu sei quello che come doppiatore ha più esperienza. Ecco, c'è qualche differenza tra doppiare cartoni e film con attori umani?
Pino Insegno: È più complicato con i cartoni perché si deve dare l'anima al personaggio, qualcosa che il cartone di per sé non ha, è tutto nella voce. Con gli attori, invece, hai il volto, il tono della voce, l'intensità, che devi cercare di seguire. Il cartone è più complicato, ma dà più soddisfazioni anche perché, in fondo, molto romanticamente, alla fine il cartone sarai tu per sempre, avrà sempre la tua voce, almeno nella versione italiana. Insomma, siamo tutti ancora un po' bambini in questo.
Quando doppia un cartone, segue l'interpretazione della voce originale o la inventa del tutto?
Pino Insegno: Assolutamente, cerco sempre di seguire l'originale, di arricchirlo. L'ho fatto in film come Ray, in cui doppiavo il protagonista, o con Viggo Mortensen, dal Signore degli anelli a History of Violence fino alla Promessa dell'assassino dove aveva un accento russo. George Lopez, che in originale è Rafael, lo avevo già doppiato altre tre volte per cui già conoscevo il suo stile, il tono molto divertente, intenso, un po' afono. Non ho voluto un'intonazione brasiliana perché avrebbe rovinato l'effetto e poi in originale parlano un inglese molto comprensibile, quasi senza accento.
Quali sono state le cose più complicate da fare durante il doppiaggio?
Emilio Carelli: Il mio personaggio fa vari versi durante la parata. Come una gallina, si muove, si agita. Io che non sono abituato ho dovuto immaginare, inventarli, sentirli e ho dovuto rifare proprio i movimenti della gallina. È un'esperienza molto fisica. E poi serve molto impegno. Io pensavo che mi sarei dovuto limitare a leggere il copione una volta ed è fatta, invece no. Ho dovuto fare tre turni di doppiaggio: leggere, tornare, ripetere, migliorare.
Victoria Cabello: Io mi sono accorta che il doppiaggio è molto simile al fare una trasmissione. Non si usa solo la voce, ma usi molto il corpo e all'inizio ero proprio bloccata. Guadagno è dovuto venirmi incontro, come se davvero gli dovessi saltare addosso, come fa Gioiel con Blu.
Altafini, quanto ha studiato per fare l'accento brasiliano?
Josè Altafini: (ride) Non ho studiato. Una volta dicevano “I giocatori brasiliani vengono in Italia, parlano brasiliano, poi imparano e parlano come Altafini” il che significa avere ancora l'accento. Per questo non ho studiato, ma Marco mi ha spiegato le tecniche, mi ha detto che è come se la frase cadesse. E mi ha detto di seguirlo come un giocatore seguirebbe me in campo.
Quali sono le debolezze in cui si può incappare nel doppiaggio?
Pino Insegno: Debolezze? L'inciampo è che il microfono inibisce. Rischi di farti piccolo piccolo, una vocina, invece di essere te stesso.
Fabio De Luigi: E di stare un po' in apnea, almeno per me era così all'inizio.
Pino Insegno: Se uno non è abituato, si blocca perché di solito non ci piacciamo mai quando sentiamo la nostra voce registrata. È perché non ci siamo abituati, solitamente la sentiamo come una voce interiore. E poi ci sono la velocità di dizione, i tempi non propri.
Mario Biondi: Anche se si è abituati al microfono, come un cantante dovrebbe essere, il doppiaggio è un lavoro davvero difficile. Anche io ho avuto momenti di apnea. La voce qui deve essere attoriale. Pure la canzone che canto è stata impegnativa perché non ti devi limitare a cantare, ma c'è la parte espressiva attoriale, il rappato, il cantato. Ma il risultato è qualcosa che mi inorgoglisce.
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