"Ho girato con pochi soldi e in poco tempo, il mio film è un atto politico" - Incontro con Céline Sciamma regista di Tomboy

 Reduce da svariati premi e consensi nei festival di tutto il mondo, questa mattina è stato presentato anche in Italia il secondo film della ventottenne regista francese Céline Sciamma: Tomboy. Film che tratta con molta delicatezza e rispetto il problema della crisi di identità sessuale di una ragazzina che si finge maschio agli occhi dei suoi coetanei, frutto quasi di un flusso di coscienza artistico della regista che ha scritto la sceneggiatura in tre settimane e completato le riprese in meno di un mese

Celine Sciamma

Reduce da svariati premi e consensi nei festival di tutto il mondo, questa mattina è stato presentato anche in Italia il secondo film della ventottenne regista francese Céline Sciamma: Tomboy. Film che tratta con molta delicatezza e rispetto il problema della crisi di identità sessuale di una ragazzina che si finge maschio agli occhi dei suoi coetanei, frutto quasi di un flusso di coscienza artistico della regista che ha scritto la sceneggiatura in tre settimane e completato le riprese in meno di un mese. A introdurre l'incontro con i giornalisti italiani era presente Vieri Razzini, direttore artistico della Teodora Film, che distribuirà il film nel nostro Paese: "la Teodora ha ormai una lunga tradizione con le registe donne,  quest’anno su sei film ben cinque sono di donne. Forse è una questione di sensibilità e gusto, sono una nuova forza emergente e meno consumata dal mestiere. Abbiamo visto Tomboy a Berlino e la mattina successiva l’abbiamo comprato: un film cristallino e meravigliosamente semplice. Del resto in Francia da Jean Vigo a Francois Truffaut c’è una lunga tradizione nel cinema sull’infanzia, i francesi sanno utilizzare i bambini davanti alla macchina da presa come nessuno al mondo. Ma ora lascio volentieri la parola a Céline..."

  

Il film è molto delicato ed allusivo, pone molte domande sotto traccia, ma i genitori della protagonista sono due modelli stranamente differenti: il comportamento della madre è rigido mentre quello del padre sembra complice della strategia della figlia, come è stato il processo del rapporto madre-figlia?

In questo film volevo una famiglia affettuosa e amichevole: c’è dialogo tra di loro e forse i genitori hanno già colto la difficoltà della figlia prima che il nostro film inizi. Insomma, è una famiglia consapevole del problema. E forse la madre non è così rigida come sembra: ho tolto una scena dal montaggio finale con un dialogo tra i due genitori che discutono sul problema della figlia e quindi non è detto che il padre sia per forza più permissivo. Poi, nella maggior parte dei film, i bambini in genere sono poco più che accessori. Qui volevo invece che fossero protagonosti, ma senza dipingere come stupidi o inetti i genitori. Il comportamento impulsivo della madre quando scopre l'inganno della figlia è comprensibile in un primo momento. Io, in fondo, volevo dipingere persone normali... 

 

Com'è stato il lavoro con la giovane attrice protagonista?  Si è posta il problema di non invadere troppo il suo universo di bambina con questo ruolo così particolare?

Innanzitutto non abbiamo provato per niente, è stato un processo molto rapido, ho scritto il film in 3 settimane e l’ho subito girato in agosto in 20 giorni. Una cosa positiva per me, l’energia dell’infanzia, del presente, ma sì: ho avuto le mie angosce e i miei problemi. Bisogna lavorare con i bambini come con attori normali, bisogna spronarli a concentrarsi sul loro lavoro, ma poi si deve anche rendere il tutto un grande gioco. Io ho annullato la rigidità del set e ho fatto lunghissime riprese in cui io stessa partecipavo ai loro giochi. Sembra contraddittorio, ma è su questi due binari che ci deve muovere. In un certo senso il mio è un film d’azione, perché tutti i bambini sono sempre impegnati a fare qualcosa.  L'attrice, Zoe, non la conoscevo ovviamente prima di scrivere il film e a non mi piaceva fare i soliti provini con i bambini delle pubblicità. Ma poi ho visto lei che paradossalmente aveva fatto una pubblicità e non riusciva a lavorare più proprio per il suo aspetto un po' mascolino. L’unico cambiamento che abbiamo fatto sul suo aspetto è il taglio di capelli. Tutto il resto del cast invece è stato fatto in funzione di Zoe, molti dei bambini sono dei suoi veri amici.

 

Si è ispirata a libri o storie precedenti per scrivere?

No, non ho avuto forti referenti. Certamente Spielberg e Truffaut sono dei modelli per me, ma ho fatto laTomboy mia strada.

 

Il cinema francese che lei rappresenta, con i suoi temi così umani, è una specie oggi a rischio? Lavorare su questi toni così delicati, appartiene forse a un modo di fare cinema “troppo” francese: che eco ha nel resto del mondo? Ha ancora un eco?

Il mio film è stato venduto in 30 paesi, credo che abbia toccato temi universali, il tema dell’infanzia è di per se un tema universale. Per quel che riguarda la tradizione francese a cui lei fa riferimento: beh il mio film si pone forse nel mezzo tra la tradizionale narrazione francese e la messa in scena anglosassone. Volevo tracciare un ponte tra due cinematografie.

 

Qualche parola sull'iter produttivo dai tempi record?

Anche in Francia, come in Italia, non è così facile avere tempi veloci dall'ideazione alla produzione. Non avevamo voglia di aspettare i lunghi tempi dei finanziamenti statali e certamente il successo del mio film precedente mi ha aiutato a trovare i finanziamenti e Canal + è intervenuta. Il film è costato meno di un milione di euro ed è stato girato in meno di un mese: in tempi di crisi il mio film è un gesto politico. Insomma, non mi va di apettare tempi biblici scrivendo storie costose, voglio essere libera e rapida nel lavoro e il costo di Tomboy, ci tengo a dirlo, è quello giusto. Non mi sono limitata per niente. Sono stata ambiziosa: oggi si deve essere in grado di lavorare con pochi soldi e in poco tempo, è una sfida e un atto politico. 

 

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