Introduzione di Andrea Leggeri

Il cinema, forse più di ogni altra arte visiva, è l'arte dello sguardo.
Ogni immagine che vediamo proiettata sullo schermo è lo sguardo del regista sul mondo, sulla realtà che sta rappresentando, di cui noi, spettatori, ci appropriamo. Da questo incontro, da questa sovrapposizione di visioni nasce il piacere del cinema, l'amore per il cinema. Negare questo è negarne l'essenza stessa.
Eppure il numero di film cui ogni stagione abbiamo la possibilità di assistere non è che una percentuale infinitesimale rispetto a quanti se ne producono nel mondo. Il mercato cinematografico internazionale, soggiogato com'è dal colosso americano e dai suoi "blockbusters", solo entro limiti molto ristretti ci permette di andare oltre con lo sguardo, di stabilire incontri e confronti con altre realtà cinematografiche. I festival che, piuttosto numerosi, si svolgono nei quattro angoli del pianeta sono ancora un'occasione esclusiva per poter ampliare i propri orizzonti, ovviamente per chi può permettersi di frequentarli (addetti ai lavori, giornalisti, critici, e pochi fortunati appassionati). Tuttavia poi sono pochi i film che arrivano nelle sale, magari quelli premiati, distribuiti nei circuiti indipendenti, destinati ad un pubblico di nicchia.
Le ragioni di questa situazione sono da ricercarsi da un lato nella "politica" di produttori e distributori, dall'altro nei gusti del pubblico.
Oggi sono ben pochi i produttori disposti a rischiare in progetti cinematografici che non garantiscono già sulla carta un certo rientro economico, così come i distributori difficilmente acquistano pellicole senza nomi di richiamo, interpreti alla moda, bellone di turno ecc.. Film come merce quindi, come prodotto "industriale" da immettere sul mercato per ottenere un utile e non più come opera d'arte (o d'intrattenimento) frutto del lavoro di uno o più autori. Si è progressivamente passati (e in Italia questo è particolarmente evidente) dal "cinema dei produttori", in cui i film si studiavano a tavolino e solo dopo venivano affidati a un regista piuttosto che ad un altro, a quello dei distributori che decidono per noi quali film possiamo vedere e quali no, che tipo di pellicole rispondono ai nostri gusti e quali invece se ne discostano. Un tempo il giudizio del pubblico era pressoché l'unico metro su cui si decideva la fortuna o meno di un'opera, un regista, un attore, oggi ci pensano i distributori a ritenere un film più o meno valido di essere visto. Dal canto loro gli spettatori tendenzialmente continuano a premiare i film di cassetta (quelli che arrivano nelle sale dopo un enorme battage pubblicitario su tutti i media possibili già con la fama da "campione d'incassi", e quindi da non perdere) e lasciano a poche decine di migliaia di cinefili le produzioni "d'autore" (che hanno magari la "colpa" di aver vinto qualche premio nei festival o di trattare temi troppo reali e vicini a noi per essere adatti ad una serata "pizza e cinema" con gli amici). È una questione di gusti, anzi di Gusto con la G maiuscola, quello comune formatosi attraverso i format televisivi, i serial prodotti in catena di montaggio, spettacoli uguali a sé stessi. Quel pubblico, si è probabilmente pensato, vorrà al cinema lo stesso tipo di intrattenimento che gli offre quotidianamente la tv, e allora ritroverà nell'ennesima commedia natalizia l'amato conduttore di quiz in un indimenticabile cameo, nel filmetto estivo tutto mare e musica dance il bel divo della soap a fianco della "velina dell'anno" che per la prima volta mostra le tette!!!
Ma per fortuna questa considerazione del pubblico come un unicum senz'anima è ben lontana dall'essere reale, e il problema è piuttosto la scarsa possibilità di scelta che un sistema moderno di multisale e multiplex dovrebbe garantire. Allora l'appassionato che desidera vedere un film taiwanese, senegalese, boliviano o polacco non può fare altro che sperare nei distributori "minori" illuminati e coraggiosi, nei circuiti d'essai, nella rassegne e nei festival, negli "inediti" in pay-tv o in home video. Quello che ci proponiamo di fare è invece cercare di scovare e proporre strade alternative per arrivare a questo cinema invisibile, a questi autori nascosti, parlandone e rendendoli visibili o quanto meno avvicinabili.




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