"La parola amore esiste"
da Sentieri selvaggi, n.2, maggio 1998
Nel falsopiano dei sentimenti
“La parola amore esiste” è un film “fuori regione”, dove le voci, le loro musicalità, si fanno territorio mai uniforme da attraversare, visualizzazione sonora del segno che percorre, e si modifica per lievi/monumentali scarti, il testo: il segno dei sentimenti, delle dolci inscalfibili nevrosi, della sbadatezza inscritta nel quotidiano. «Mi sa che siamo su un falsopiano», dice nell'ultima inquadratura Marco (Fabrizio Bentivoglio), mentre aiutato da Angela (Valeria Bruni Tedeschi) sposta l’automobile ritrovata ma rimasta senza benzina. Il secondo lungometraggio di Mimmo Calopresti, con il rigore di un Garrel che incontra le traiettorie magiche della casualità di un Rohmer, è viaggio nel pericoloso e politico spazio dei sentimenti, parola - come "amore" - impronunciabile e altrettanto difficilmente filmabile.
Filmare il vivere (con) l'amore, i sentimenti: e il loro rifiutarli, nasconderli, trasformarli in ossessioni. Sta in questo tratto invisibile il cuore di un film che non vuole limitarsi a un paesaggio umano e geografico non stabilito, ma che si apre - esistendo - in quella zona di "falsopiano", di necessaria in/stabilità abitata da una, moltitudine di personaggi immersa in ossessioni e rituali: la trentenne Angela, sul cui volto si scolpiscono i segni di una tristezza dolcissima e fuori tempo; il professore di violoncello Marco, la cui quotidianità distratta si complica di ulteriori strati di confusione da quando gli vengono recapitati misteriosi pensieri scritti su biglietti anonimi; tutti gli altri personaggi che circondano Angela e Marco, con la loro presenza di un istante (si pensi all'apparizione di Victor Cavallo al caffè, straordinario attore che riemerge dall'oblio, ma ancora poco scelto dal cinema contemporaneo: D'Alessandria per “L'amico immaginario”, Carola Spadoni per “Al confine tra il Missouri e la Garbatella”) o protratta nella giornate. Incontri che si chiudono nel breve intervento o che si costruiscono per minimi accenni nel tempo, sempre intorno alla parola evocata, con discrezione, fin dal titolo. In questo, Calopresti si colloca accanto all'ultimo, e geniale, Massimo Troisi, a quel “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, altro titolo-pensiero per introdursi nell'intricato luogo dei rapporti sentimentali. Due film dove non si parla d'altro, dove non si filma che quella cosa chiamata amore.
«Volevo soltanto dirle che è bellissima» (Luis Rego a Valeria Bruni Tedeschi in apertura de “Le coeur fantôme” di Philippe Garrel). Questione di geografie di volti e di non appartenenza a un unico luogo. Questione di somiglianze, di sovrimpressioni, di fotogrammi che si incontrano, di una voce, quella di Bruni Tedeschi, che si ritrova nel tempo e che si distende oltre un'unica nazionalità, affascinante e insostenibile nelle sfumature, sulla quale si disegnano i silenzi, le soste, il "falsopiano" degli eventi. Ma non solo la sua voce, anche quella di Gerard Depardieu che non si fa doppiare, e le altre voci "calde" (o perfettamente allucinanti, quella di Roberto De Francesco magnifico nel caratterizzare la mancanza di sensibilità di un medico in rapporto al suo lavoro con i pazienti che soffrono di disturbi psichici) che si fanno personaggi negli spazi dell'astrazione filmati da Calopresti. Infatti, “La parola amore esiste” è ambientato in una Roma mai vista, città sottratta a sé, negata a una visione attesa, resa astratta e altra, superficie senza nome utile per raccogliere la forza dei volti e delle voci, e la sottile linea di magia che si diffonde (im)palpabile nelle inquadrature, che avvolge nel suo corpo invisibile corpi e luoghi, fino ad appropriarsene e a farli sparire dentro di sé nella notte e nella nebbia. Film di primi piani e di sguardi che si incontrano a distanza, che già mettono insieme personaggi: Bentivoglio di fronte alla finestra mentre ascolta alla radio una canzone di Pino Daniele, e la canta; Bruni Tedeschi che non riesce a sintonizzarsi su un canale radiofonico; ancora Bentivoglio in treno accanto al finestrino. Tre inquadrature in successione che ben testimoniano il procedere nel tempo insieme ai personaggi di un film che nelle breve durata chiede il suo tempo, quello di un farsi rilassato e di una visione non nevrotica, pur raccontando per squarci quelle sottili nevrosi che (ci) illudono di sfuggire al tempo (dei sentimenti, dell'amore).
La parola amore esiste
Regia: Mimmo Calopresti.
Sceneggiatura: Mimmo Calopresti, Francesco Bruni, Heidrun Schleef.
Fotografia: Alessandro Pesci.
Montaggio: Massimo Fiocchi.
Musica: Franco Piersanti.
Scenografia: Alessandro Marazzo.
Costumi: Marina Sciarelli.
Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi (Angela), Fabrizio Bentivoglio (Marco), Marina Confalone (Sara), Emanuela Macchniz (Malvi), Giovanna Giuliani (Carlotta), Mimmo Calopresti (psicoanalista), Valeria Milillo (Giovanna), Gerard Depardieu (Avv. Levi), Victor Cavallo (uomo al bar), Roberto De Francesco (psicologo).
Produzione: Donatella Botti per Bianca Film (Roma), Camera One / Arena Films (Parigi).
Distribuzione: Mikado.
Durata: 80'.
Origine: Italia / Francia, 1998.
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