"Preferisco il rumore del mare"

da "Sentieri selvaggi on line", 2000

In mezzo a un cinema italiano sempre così ‘costruito’ a tavolino, totalmente speculare al mondo dei mass-media, superficiale e pieno zeppo di luoghi comuni, di banalità e frasi fatte, i film di Mimmo Calopresti ci appaiono ogni volta come degli ‘alieni’, dei buffi e curiosi extraterrestri che vengono a raccontarci le strane storie di alcuni esseri chiamati ‘umani’. E nel caos della dilagante ‘furberia’, dei racconti cinematografici che occhieggiano alla tv, alla stampa, persino a Internet, e che cercano una complicità fittizia nello spettatore, sorprende come invece Calopresti ci si porga di fronte con tutta la sua sincerità di regista, mostrandoci storie e personaggi così ‘veri’ da sembrare quasi ‘irreali’. E ci racconta, ogni volta, solo quello che conosce, e bene, quasi un capitolo per volta di un percorso insieme umano e cinematografico, non autobiografico seppure fatto completamente con pezzi concreti della propria esistenza. In “Preferisco il rumore del mare” questa sincerità ‘di sguardo’ assoluta di Calopresti (che effettivamente lascia interdetti, esterrefatti, non si è preparati a tanta ‘verità’ delle immagini, abituati come siamo alla completa falsificazione del reale) si spinge fino al punto di rovesciare persino i connotati produttivi del cinema, che pretendono gli attori principali come protagonisti della storia, e gli altri come elementi di contorno. Qui accade il contrario. Silvio Orlando è ‘in seconda linea’, sovrastato dall’irruenza narrativa dei personaggi dei due ragazzi Rosario (Michele Raso) e Matteo (Paolo Cirio). Certo il film è sullo scontro/confronto tra generazioni, tra padri e figli, tra nord e sud, tra studio e lavoro, tra moralità e pragmaticità della vita. Come pure sul senso di responsabilità. Ma, soprattutto, e in maniera più vera e profonda, “Preferisco il rumore del mare” è un film sull’attenzione, sull’ascoltare, sul ‘sentire’ (gli altri, se stessi). Le parole qui letteralmente ‘sfuggono via’, sopraffatte dai suoni, dai movimenti, dalle azioni. Nessuno sembra ascoltare, sentire più niente e nessun altro. Un mondo di anime perse dietro i propri dolori (e tutti ne nascondiamo tanto, di dolore, dentro di noi), dietro le fughe necessarie dalle nostre vite troppo ‘più forti’ di noi. E’ un mondo di estreme solitudini, di sguardi che non si incontrano, se non per brevi, intensi e suggestivi attimi.

C’è un attimo nel film che sembra come voler dare speranza, come voler preservare qualcosa che abbiamo tutti dentro ma non riusciamo ad essere. I tre ragazzi vanno a trovare la mamma di Matteo e, con una polaroid, fotografano quell’attimo di quiete, nel giardino della villa, tutti assieme, vicini per rientrare nel ‘quadro’ della fotografia. Curiosa questa vicinanza, sembra quasi ‘teorica’: sono anime separate, quelle dei ragazzi, messe assieme solo dallo sguardo unificante della macchina fotografica. Come se il cinema altro non fosse che un mezzo arbitrario per riunificare storie diverse, “naturalmente” separate. Eppure, in quella foto, i ragazzi sorridono, giocano, si fanno le ‘corna’ da dietro. Sembrano “felici”. Ecco quello che può essere il cinema, meravigliosamente: raccogliere nelle immagini quello che a occhio nudo non appare, il gioco, la voglia di vivere, brevi felicità. Calopresti, che si immerge nel film fino in fondo nei panni di un coraggioso prete di una comunità di ragazzi a rischio, osserva, mostra, raccoglie i pezzi ma non giudica mai, né come personaggio né come ‘autore’ del film. Raramente si vede nel cinema italiano un affetto così profondo per i personaggi mostrati, pur rappresentati nelle loro debolezze, persino meschinità, errori, orrori. Luigi, il quarantenne interpretato da Orlando sembra una strana prosecuzione del personaggio da lui interpretato in “Fuori dal mondo”, sempre cupo, immerso nelle bruttezze della vita lavorativa, senza mai avere il tempo ‘vero’ (cioè quello sentito, qualitativo) per gli altri, fossero la sua ormai ex moglie che è praticamente ricoverata in una villa-ospizio (ed è sintomatica questa rappresentazione del femminile del tutto ‘fuori di testa’, quasi impossibilitato a reggere il peso del mondo...), suo figlio Matteo, la sua ‘amante’ Serena, il suo collega di lavoro Massimo. Questo mondo grigio e oppressivo, reso ancor più gelido dalla fotografia livida e smorta di Luca Bigazzi, è acceso solo dalla vitalità dei ragazzi, anche se questa si manifesta in violenza, in gesti assurdi, in provocazioni, in atti apparentemente incomprensibili. Matteo e Rosario reagiscono apparentemente in maniera opposta alla vita che altri vorrebbero costruire per loro, ma dopo l’iniziale diffidenza tra i due giunge al fine una complicità vera. Calopresti ci mostra qui davvero meravigliosamente, una comunicazione fatta di silenzi, di musiche che esplodono, di gesti rapidi e secchi, di un mondo ‘altro’ fondato più sul ‘non detto’ che sulle parole vuote degli adulti. Ecco la differenza: Luigi cerca di afferrare il mondo con le parole, provando a definire comportamenti, pensieri, emozioni; Matteo, Rosario come pure Serena, preferiscono sotterrare le parole con i sentimenti, facendoli esplodere (o implodere a seconda dei casi) proprio in opposizione al vuoto rappresentato oggi dalle parole. Che, appunto, sembrano non significare più niente, se persino un prete come Don Lorenzo, che pure vive di parole per gli altri, sembra, alla fine, non aver più voce per ‘raccogliere il mondo’.
“Preferisco il rumore del mare”, sin dal titolo, evoca un mondo fondato non sulla parola, ormai svuotata di senso, ma sul ‘sentire’, sull’ascoltare gli altri, sulla ricerca di una comunicazione ‘complessa’, fatta anche (e soprattutto) di gioco, di ‘furti’, di rappresentazioni assurde, di paradossi, insomma di ‘vita’.
Due mondi si sfiorano, nel film, e Calopresti li rappresenta con sguardi diversi, quasi opposti: gli adulti, sempre inquadrati in primi piani, fermi nel quadro, nel dominio del campo/controcampo; i ragazzi, quasi inafferrabili nel loro essere “corpi”, che il regista cerca di ‘catturare’ nell’attimo con dei continui piano-sequenza. Due generazioni, due stili, sembrerebbe. Interrogato in proposito, lo ha quasi negato... ‘è solo che è più difficile dirigere i ragazzi, e il piano sequenza riesce meglio a trattenerli’, ci ha detto. Una tecnica, uno stile, esclusivamente pragmatico, come dire: provate voi a far fare ripetute scene campo controcampo con dei ragazzi esordienti! Ed è meraviglioso come la necessità pratica, produttiva di un film, divenga stile, quasi un segno in più. Magia del cinema, quello vero.

Regia: Mimmo Calopresti
Sceneggiatura: Mimmo Calopresti, Francesco Bruni
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Massimo Fiocchi
Musica: Franco Piersanti
Interpreti: Silvio Orlando (Luigi) Michele Raso (Rosario), Paolo Cirio (Matteo), Fabrizia Sacchi (Serena), Andrea Occhipinti (Massimo), Mimmo Calopresti (Don Lorenzo)
Produzione: Biancafilm, Mikado, Rai, Arcapix
Distribuzione: Mikado
Durata: 90’
Origine: Italia, 1999.

Scrivi un commento
Captcha

Segnala un commento
Captcha

Sono presenti 0 commenti
 
 

Cerca nel sito

Cerca nel sito



News

Mads Mikkelsen in viaggio per l'Europa
Numerosi impegni per l'attore danese di Jagten  
Il canto del tramonto per Terence Davies
Sunset Song, con Peter Mullan e Agyness Deyn  
CANNES 65 - David Cronenberg e Robert Pattinson ancora insieme
Dopo Cosmopolis, un film su Hollywood  
CANNES 65 - Bertolucci esaltato dalla stampa straniera
Di seguito alcuni estratti della carta stampata internazionale
CANNES 65 - Hollande è già un film
Biopic sul neo Presidente francese, pronto nel 2013 
CANNES 65 - Kiarostami girerà in Puglia?
Il prossimo film del regista iraniano sarebbe ambientato nel Sud Italia
Tutti i nostri desideri ancora in sala
Terza settimana di programmazione
CANNES 65 - Barbera e il suo Film-Lab
Il neo Direttore di Venezia ha esposto il prossimo progetto a favore del cinema italiano
CANNES 65 - Il ritorno di Larry Clark
Due lungometraggi in programma: The Smell Of Us e Marfa Girl
CANNES 65 - Gilles Jacob riceve il Premio Pontecorvo
Riconoscimento all'uomo che da 30 anni dirige il festival
CANNES 65 - Fischi per Reygadas, trionfo per Bertolucci
Accoglienze contrastanti per due autori agli antipodi
CANNES 65 - Film su Fassbinder
Già deciso il regista, manca il protagonista che interpreterà l'autore tedesco
CANNES 65 - Esordio allla regia di Rupert Everett
L'attore inglese ha già scelto il soggetto e il co-protagonista
CANNES 65 - I bookies puntano su Haneke
Anche i bookmakers scommettono sul regista austriaco di Amour
Mélanie Laurent, Isabella Rossellini, Sarah Gadon per Denis Villeneuve
Accanto a Jake Gyllenhaal in The Enemy, tratto dal romanzo di Saramago
CANNES 65 - No, di Pablo Larrain è della Sony
Il film, presentato alla Quinzaine, acquistato dal distributore americano
Debra Granik dirige una nuova serie per HBO
American High Life, dramma familiare semiautobiografico
CANNES 65 - L'ANICA e l'accesso al credito
Domani, Tavola Rotonda “Accesso al credito – Strumenti di sostegno alle imprese audiovisive europee"
CANNES 65 - Post Tenebras Lux anche in Italia
Il film di Reygadas distribuito da Archibald Film
CANNES 65 - Audiard in sala è già un successo
Nel primo week-end in Francia, De rouille et d'os ha già battuto il record d'incassi
CANNES 65 - Dominik insidia Haneke
La stampa internazionale promuove KIlling Them Softly
Blade Runner 2 al via
 Ridley Scott conferma il sequel del suo capolavoro fantascientifico
Greg Mottola adatta il Pulitzer Jeffrey Eugenides
Un film dal suo ultimo romanzo La trama del matrimonio
Tahar Rahim e Marion Cotillard per Asghar Farhadi
Il regista di Una separazione, Orso d'oro a Berlino 2012
CANNES 65 - Commozione per la Bonnaire
Charles Tesson emozionato per J'enrage de mon absence