SPECIALE "AMELIE" - Amélie? no, grazie.... (Cosa c'è di così amabile in questo elogio dell'inautenticità?)

"Amélie" sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda con i fast food del cuore; è il safe sex di un cinema incapace di innamorarsi e che non può fare a meno di teorizzarlo come progressiva organizzazione di spazi e vite altrui

Cari amici,
a volte leggo e mi sento un estraneo. Passi che anche ne "Il signore degli anelli" il buon Mauro Gervasini" vi ha intravisto un fantasma personale, ma che su "Amélie" Massimo Causo, il miglior critico d'Italia (e non solo) prenda un così notevole abbaglio mi sconcerta alquanto.
Non entro nel merito delle argomentazioni perché non è la scrittura e lo sguardo a essere in causa, nonostante la "toppa". Ciò che mi sorpende è il venir meno di vigilanza politica che permette a un film inquietante e concentrazionario come quello di Jeunet di ergersi quasi a paradigmatica di un sentire cinema post-post moderno (o post-qualcosaltro...).
Raramente nel cinema contemporaneo la manipolazione dei sentimenti è stata teorizzata e praticata con maggior cinismo e crudeltà. Raramente il mondo è stato umiliato alle dimensioni delle piccole cose di cattivo gusto di un regista così drammaticamente privo di sguardo come Jeunet (senza contare che l'alterità è riassunta in una pura e semplice devianza dalla norma...). E' questo è il meno: ciò che fa inorridire del film è la sua dichiarata volontà di appropriarsi di una storia (quella del cinema francese) attraverso Renoir padre e la re-visione di Truffaut (lo sguardo che nota le mosche nelle inquadrature altrui ma non scorge le travi nel proprio occhio).
"Amélie" sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda con i fast food del cuore; Amélie è il safe sex di un cinema incapace di innamorarsi e che non può fare a meno di teorizzarlo come progressiva organizzazione di spazi e vite altrui (il ritorno del cinema di papà sotto le mentite spoglie di un'alterazione dello scorrimento delle immagini: ollalà, come siamo moderni...). Immaginario come campo di concentramento: per Jeunet sembra essere una cosa allettante considerato che nel suo film non c'è una sola inquadratura che ci restituisca un'immagine o un movimento del mondo. Cosa c'è di così entusiasmante in questa apologia della perdità di libertà? E non meraviglia che dall'altra parte delle alpi Tavernier riveda pure la storia dell'occupazione nazista in nome della polemica anti-nouvelle vague. I padri, non c'è nulla da fare, bisogna ammazzarli per bene perché poi, quando tornano, sembrano più figli dei figli. I critici però dovrebbero segnalare l'inganno... Cosa c'è dunque di così amabile in questo elogio dell'inautenticità? Dispiace che anche la libertà di Causo abbia ceduto alle sirene di "Amélie"... ma confido in una pronta ripresa del suo acume critico.
Non vi abbraccio perché sono arrabbiato.

P.S. Dalle mie parti Amelie si pronuncia globalizzazione....

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