SPECIALE “AMELIE” – Il “fastidioso” mondo di Amélie
Se "Amélie" non fosse stato il glassato gioiellino che è le avremmo prestato la stessa attenzione? No. Ma proprio in questa riflessione il film si fa esplicito e quindi non ruffiano.
Una definizione cromatica basata sulle note affettuose del rosso e sull’incongruenza di cieli troppo luminosi ci dipingono sin dal principio “il fantastico mondo di Amélie” come un mondo inverosimile, ma inverosimilmente piacevole. Universo (digitalmente) sensistico di “piccole cose senza importanza”: dal piacere di tuffare le mani in una cesta di legumi secchi, di ficcare ogni dito dentro un lampone, addirittura di lanciare banali sassi nell’acqua, fino al gioco di fermarsi e chiedersi quanta gente sta provando un orgasmo, a Parigi, in questo istante. Pausa. “Sedici”- ci dice una Amélie sorridente. Ma è anche un mondo dove le scale dei valori e dei piaceri sono ribaltate, e proprio il sesso alla protagonista sembra non importare affatto, ad esempio. E tutto il film regala sorrisi ai personaggi che non si inquadrano nella norma (purché siano felici), assecondandoli e talvolta rivendicando la loro diversità. Analogamente, la sessualità più tradizionalmente volgare, quella dei sexy shop di Pigalle, diventa semplice scenario di lavoro dove si muove il fanciullesco Nino, in prospettiva completamente acritica. E come potrebbe essere altrimenti, in questa Parigi linda e deliziosamente naif: la famosa “palla di cristallo per turisti” odiata dai cinici detrattori del film.
Ma questa Parigi fiabesca è dichiaratamente tale, e quest’eroina sbrilluccicante di occhioni neri e corpicino perfetto ce lo conferma candidamente: è una fiaba, dobbiamo accettare la convenzione. Altrimenti sarebbe facile porre ad Amélie la stessa domanda che lei pone alla giornalaia: “Se Lady D non fosse stata giovane e bella non le avrebbe badato nessuno?”. Appunto, se Amélie non fosse stato il glassato gioiellino che è le avremmo prestato la stessa attenzione? No. Ma proprio in questa riflessione il film si fa esplicito e quindi non ruffiano. Non c’è trucco, non c’è inganno: questo film è puro zucchero. Ma la moda vuole che lo zucchero raffinato sia ormai solo per il borghese e che le scaglie di zucchero grezzo siano le sole accettabili per chi possegga un minimo di disincanto. E allora per una volta io sto con “lo spettatore medio” e con il borghese, il mio zucchero mi va benissimo così: dolce, bianco, perfetto e gratificante. Mettersi a dieta davanti al dolce di un pasticcere abile ed amoroso è un gesto masochistico.
PS
Solo per il piacere di ribattezzarlo “Il fastidioso mondo di Amélie” speravo che il film non mi piacesse, ma le ragioni del cuore hanno avuto la meglio...
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