SPECIALE “Mulholland Drive”: godere della perdita d'orientamento
L’immagine in Lynch mantiene sempre quel suo forte senso di instabilità, sempre a metà tra ciò che rappresenta e le proiezioni mentali di un sogno/incubo che ha sempre di più la capacità di avvolgere dentro, di portare verso altri abissi
Altri “detour” lynchiani verso infinite “lost highways”. “Mulholland Drive” è il segno, ancora una volta di un’opera estrema, sempre al limite, che riesce straordinariamente a materializzare gli spazi delle ossessioni mentali dei protagonisti. In un certo senso, dentro il film di Lynch c’è quello smarrimento di “Strade perdute” combinato con lo sperimentalismo nel mettere in scena incubi e deliri di “Eraserhead”. Ma “Mulholland Drive” possiede in sé anche quel lato mélo pulsante, che vibra circolarmente attorno le due protagoniste: Rita, una ragazza che ha perso la memoria dopo un incidente d’auto e Betty, una giovane ragazza che va a vivere a casa della zia e aspira a diventare attrice. In realtà quindi, ancora una volta una storia d’amore, eccessiva come “Cuore selvaggio”, struggente come “The Elephant Man”. Ma “Mulholland Drive” è anche un esempio di “cinema nel cinema” (un regista alle prese con i produttori che gli vogliono imporre la protagonista femminile), un “gangster movie” (il cineasta ricattato da strani personaggi), un sublime abisso onirico con il testro che diventa luogo di magia e di rito, con quell’atmosfera sinistra kubrickiana di “Eyes Wide Shut”. Previsto inizialmente per una serie televisiva poi rifiutata dal canale ABC, l’opera di Lynch è stata invece distribuita nelle sale grazie al produttore Alain Sarde (ed è già la seconda collaborazione di Lynch col produttore francese dopo “Una storia vera”). Sarà una coincidenza, ma il cinema dell’autore statunitense sembra sempre di più volontariamente perdersi dentro una libertà quasi “Nouvelle Vague”, con i titoli di testa in cui le musiche di Badalamenti sottolineano un delirante musical. Ma c’è di più. Forse in “Mulholland Drive” è presente proprio un’anima "rivettiana" nel concertare movimenti e azioni collettive, nel far continuamente vivere i corpi anche nel fuori-campo, nel pedinare i protagonisti con un occhio soggettivo che può essere sia quello del cineasta sia quello di un personaggio. C’è tutto un universo che vibra anche fuori i limiti del “cadrage” di “Mulholland Drive”, un po’ come nei personaggi di “Alto basso fragile” (di Rivette, appunto) dove la provvisoria gioia si alterna a un senso di inquietudine opprimente, o la necessità di far quasi coincidere il tempo filmico con il tempo reale di “Out 1”. In Lynch sono presenti necessari slittamenti temporali per un cinema non diretto che comunque possa avere la possibilità di assorbire completamente le due protagoniste. Ma dentro resta integra quel senso di libera improvvisazione rivettiana, come nella splendida sequenza del provino di Betty per un ruolo cinematografico, dove il personaggio che simula è al tempo stesso se stessa e altro da sé. E’ come se dentro il film ci fossero invisibili ciak di momenti che si ripetono, quasi con lo stesso atteggiamento godardiano di Wong Kar-wai in “In the Mood for Love”. Nelle due bravissime protagoniste, uguali e contrarie (una bruna e l’altra bionda), Naomi Watts e Laura Elena Harring, c’è una coincidenza e un distanziamento dal proprio personaggio, una necessità di perdersi dentro gli oscuri labirinti lynchiani con il proprio ruolo ma anche con se stesse in quanto attrici. Rita/Camilla e Betty/Diane si perdono bergmanianamente una dentro l’altra, come l’attrice afasica e l’infermiera di “Persona”. Giochi di maschera e di doppio, di arte e di vita, forse già preannunciati con l’arrivo di Betty sorridente a Los Angeles e il suo viaggio in taxi assieme all’anziana coppia dal sorriso e dagli atteggiamenti così caricati nell’essere stranianti. L’immagine in Lynch mantiene sempre quel suo forte senso di instabilità, sempre a metà tra ciò che rappresenta e le proiezioni mentali di un sogno/incubo che ha sempre di più la capacità di avvolgere dentro, di portare verso altri abissi, sorprendendo e depistando da un’inquadratura a quella successiva, segno di un cineasta capace di disorientare con i suoi ribaltamenti narrativi, con le distanze usate tra la macchina da presa e ciò che inquadra (come le immagini dall’alto di Mulholland Drive di notte) con il nostro sguardo che gode nella sua perdità d’orientamento.Titolo originale: Mulholland Drive
Regia: David Lynch
Sceneggiatura: David Lynch
Fotografia: Peter Deming
Montaggio: Mary Sweeney
Musica: Angelo Badalamenti
Scenografia: Jack Fish
Costumi: Amy Stofsky
Interpreti: Justin Theroux (Adam Kesher), Naomi Watts (Betty Elms/Diane Selwyn), Laura Harring (Rita/Camilla Rhodes), Ann Miller (Coco Lenoix), Dan Hedaya (Vincenzo Castiglane), Mark Pellegrino (Joe), Robert Forster (detective Harry McKnight), Katharine Towne (Cynthia), Lee Grant (Louise Bonner), Michael J. Anderson (Mr. Roque)
Produzione: Alain Sarde, Mary Sweeney, Michael Polaire, Tony Krantz, Neal Edelstein per Asymmetrical Productions/Image Television/Le Studio Canal+/Les Films Alain Sarde/The Picture Factory/Touchstone Television
Distribuzione: 01 Distribuzione
Durata: 145’
Origine: Francia/Stati Uniti, 2001
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