A Parigi “Asterix & Obelix” il film più costoso del cinema francese
In uscita in Francia il film di Alain Chabat, senza Benigni ma con la Bellucci. Poi il film di Aktan Abdykalykov (“Le Singe”) e “Vanilla Sky” mentre i Cahiers du Cinéma ricordano, attraverso Henry Miller, il comico francese Raimu
Atteso per la fine del mese di Gennaio ASTERIX & OBELIX: MISSION CLEOPATRE, con 144.000 metri di pellicola e 126 giorni di riprese, di cui la maggior parte avvenute nel deserto del Marocco, soprattutto sarà ricordato, oltre che forse per la sua ilarità, per essere stata fin’ora la produzione più costosa del cinema francese. Dopo il grande successo del primo episodio (“Astérix et Obélix contre César” di Claude Zidi, ’98), che ha visto la partecipazione del folletto Roberto Benigni, il regista Alain Chabat (il quale interpreta anche il personaggio dello stesso Cesare), ha avuto a disposizione 330 milioni di franchi (circa 50,3 milioni di euro) ed un lancio pubblicitario impressionante per stupire e divertire ancora una volta il pubblico francese. Ma soprattutto Chabat con questa pellicola cerca di dimostrare alla critica e agli addetti ai lavori che è possibile, e non fortemente incompatibile, essere redditizi (e popolari) e divertenti (e inspirati) insieme. La bella Cleopatra è interpretata dall’ormai adottata Monica Bellucci, che ha sostituito l’autoctona Isabelle Adjani già impegnata in un progetto teatrale; mentre il set ha visto per un giorno l’importante presenza di Luc Besson, che ha chiesto e, naturalmente ottenuto, la possibilità di assistere alle riprese durante la giornata tecnicamente più complessa, quella in cui è stato necessario dirigere più di 2000 comparse per una scena di massa.
La cronaca adolescenziale di un giovane dalle orecchie a sventola è il tema del terzo lungometraggio di Aktan Abdykalykov, LE SINGE, pellicola che si avvale di una narrazione affascinante e del tutto particolare, composta di istanti e di durate in cui ogni avvenimento è percettibile all’interno di una continuità, e dove si avverte il desiderio continuo di captare una storia e non soltanto di descrivere uno stato legato ad una particolare situazione o ad un particolare sentimento. Dopo LE FILS ADOPTIF, il regista, avvalendosi di immagini che devono molto al suo passato di pittore, dichiara con soddisfazione di “Aver trovato nel cinema un mezzo eccezionale per esprimere il proprio sentire. Essenzialmente il cinema, è un’arte di sintesi. Ho allora deciso che i miei quadri sarebbero stati, in qualche modo, dipinti sullo schermo.” A lungo tempo ostacolato dal regime sovietico, il cinema di Abdykalikov “Riduce le proprie storie alla loro più semplice espressione, ma queste sono motivate da qualche cosa che depassa i limiti delle sollecitazioni presenti. […] Una coscienza delle partenze, una melanconia degli adii colorano il film in più parti, relegando l’eroe in secondo piano.” (Cahiers)
Una prima strettamente riservata agli addetti ai lavori ed alle personalità più in vista del cinema francese si è tenuta a “Le Grand Rex” (il cinema mediaticamente più importante di Parigi), ed ha accompagnato l’uscita di VANILLA SKY, evento amplificato dalla presenza alla proiezione della nuova coppia feticcio Cruise-Cruz. “Les Inroks” consigliano ai propri lettori di “vedere l’originale di Amenàbar [tutt’ora proiettato in una piccola sala nel Quartiere Latino] prima del suo piacevole remake americano”. “Premiére” elogia il tocco gentile ma efficace del regista Crowe, il quale “Ritrova Tom Cruise e ottiene una nuova volta dall’attore che aveva già diretto, una performance ben più interessante che, per esempio, con Stanley Kubrik o con John Woo”. Il quartiere colorato e multietnico di Belleville, reso celebre dalle avventure del protagonista dei libri di Pennac, funge da sfondo alla divertente commedia MAMA ALOKO, terza pellicola del regista Jean Odoutan, la cui idea di partenza è tanto semplice (il titolo del film si riferisce al nome del piccolo ristorante africano dove si svolge la vicenda) quanto efficace. Come scrivono i Cahiers: “A prima vista MAMA ALOKO è una successione di sketches dotati di un’ironia innegabile. Ma è necessario guardare meglio per scoprire il cinema di Odoutan, che spesso sembra essere inconsistente. A priori i personaggi rappresentano degli archetipi; ma da un momento all’altro questi finiscono per trasformarsi, rivelando una complessità inizialmente inimmaginabile”.
Altre novità in sala questa settimana: FAIS-MOI DES VACANCES di Didier Bivel, un road-movie per le strade della Francia, avente come protagonisti due ragazzini che decidono di partire per le vacanze pur non avendo assolutamente le possibilità economiche; e TAI-CHI MASTER del cinese Yuen Woo-Ping, pellicola impedibile per i numerosi amanti dei film in cui le arti marziali sono i protagonisti principali.
Un’interessante quanto inedito documento è stato pubblicato sull’ultimo numero dei Cahiers du Cinéma (Gennaio, n° 564), concernente un originale testo del grande romanziere americano (e cinefilo) Henry Miller. Il testo, contenuto nel libro “The Wisdom of the Heart” scritto in americano per un mensile di Shanghai e pubblicato negli Stati Uniti nel 1941, risale al 1939 ma soltanto oggi viene tradotto in francese. Argomento dello scritto è l’elogio appassionato del comico francese Raimu (CESAR di Pagnol, ’36, o LE HEROS DE LA MARNE di André Hugon, ’39, tra i molti), ma al contempo un saggio che mette in evidenza le differenze che esistono tra il cinema francese e quello americano, finendo per risultare, nonostante la data di pubblicazione, estremamente attuale. Pensiamo possa essere interessante riportare alcuni passaggi significativi di questa riflessione tanto personale quanto pregnante. [ La traduzione dal francese è mia, N.d.R.] “E’ in qualità di Americano che vive in Francia e che ha praticamente visto tutti i film importanti prodotti dalla Russia, dalla Germania, dalla Francia e dall’America, che scrivo questo omaggio a Raimu. Io lo considero come il personaggio più umano che oggi possa apparire sul grande schermo. Sebbene sembra che i film francesi abbiano infine ottenuto la riconoscenza che meritano negli Stati Uniti, mi rendo conto che questi film, che i miei connazionali cominciano soltanto ora ad apprezzare con dieci anni di ritardo, non sono tra i migliori che i francesi abbiano fin’ora proposto. Gli Stati Uniti impiegano sempre dai venti ai cinquant’anni per riconoscere la vera genialità dell’Europa. […] La differenza fondamentale tra i film francesi ed i film americani, come tutti sanno, risiede sul modo di percepire quello che è “umano”. Un film francese, quando è ben fatto, è senza eguali. Non soltanto perché questo è più vero e più vicino alla vita reale, ma anche perché il modo stesso di concepire la vita è più profondo che tra i Russi, i Tedeschi e gli Americani stessi. Nei migliori film francesi è sempre presente un senso della realtà e della tragi-commedia della vita. Là dove il cinema francese difetta è nella direzione dell’immaginazione e della fantasia.
[…] In Raimu, del quale ho seguito il cammino artistico per diversi anni fino ad oggi, le caratteristiche dell’animo umano divengono eccezionalmente evidenti. Domandarsi se è un buono o un cattivo attore non è veramente importante. Lui rappresenta, con forza, qualche cosa che è assente nel cinema di oggi. Quello che mi impressiona maggiormente in lui è la collera. La collera! Ecco un’altro grande assente tra il ventaglio delle emozioni in America. La collera di Raimu è splendida; ha qualcosa di biblico, di divino. […]
Ai miei occhi, Raimu rappresenta il simbolo dell’europeo solitario, condannato a scomparire tra le convulsioni delle maglie interne del cinema, perché non ha mai osato credere al proprio destino in qualità d’individuo”.
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