Cleveland International Film Festival - Omaggio a Melvin Van Peebles
Si chiude la trentesima edizione del CIFF - un grande evento a Cleveland, Ohio. Onore a Melvin Van Peebles, con "How to eat your watermelon in white company (and enjoy it)", di Joe Angio, ovvero una visione assolutamente radicale e unica sul razzismo e la black community in America: quando il cinema celebra il cinema

Dieci giorni di film da tutto il mondo - dal cuore dell'Europa (Fallen di Fred Kelemen, From subway with love di Filip Renc e il vincitore della sezione 'Eastern European Film Competition', A little piece of heaven di Peter Nikolaev) come da Oriente (Beauty remains di Ann Hu, Compound di Will Fredo) e Medioriente (Portrait of a Lady faraway di Ali Mosaffa e Iraq in fragments di James Longley, vincitore della sezione 'Documentary'), dal Messico (News from Afar di Ricardo Benet) e dal SudAmerica (Caribe di Esteban Ramírez, Garúa di Gustavo Corrado) come dall'Italia (Nuovo cinema paradiso nella sezione 'Film Festival Favorites', Quo vadis, baby?) - nel cuore di Cleveland: il CIFF festeggia i suoi primi trent'anni con un'edizione ricca di punti di vista atipici, porte aperte su nuove tendenze, istantanee su nuove ondate di trasformazioni sociali e un mosaico di sguardi sul cinema che verra'. Ecco allora che il documentario di realizzato da Joe Angio su Melvin Van Peebles - artista per cui le parole 'poliedrico' o 'eclettico' suonano giusto come un eufemismo - e' tutto questo e molto altro, e' la storia normale, non-retorica di un punto di vista probabilmente senza simili sulle infinite contraddizioni di quel luogo/non luogo che chiamiamo America.
Van Peebles nasce a Chicago nel 1932 e la sua vita e' una costellazione di esperienze - se al momento, a 74 anni, sta girando una nuova pellicola, e' stato capace di essere scrittore (di romanzi e di commedie), regista (di corti e lungometraggi), musicista, pittore, scultore, conducente di autobus, operatore di Borsa, astronomo, pilota dell'Air Force - e allo stesso tempo una vicenda rivelatrice del gap tra supposto meltin'pot e disfunzioni di un sistema che idealmente mira all'integrazione. Van Peebles e' costantemente un marziano e il suo e' un viaggio a rovescio - dagli States verso la Francia degli anni Sessanta, dove il suo talento a mille facce trova non-incanalati percorsi di scrittura nella rivista anarchica "Hara Kiri" e dove vede la luce il suo primo libro, "Un ours pour l'FBI": "Non e' abbastanza black, non c'e' abbastanza dolore!" e' il rifiuto motivato degli editori americani. E' ancora in Europa che Van Peebles (che all'epoca non sa effettivamente un granche' di cinema, ma come ogni grande visualizzatore e' circondato da uno stuolo di supporters) gira il suo primo film, La Permission - una storia semplice che combina amore, conflitto di razze e malinconia senza nessuna concessione ai buoni sentimenti: dunque ancora qualcosa che non poteva venire da un artista nero e funzionare oltreoceano, e al contempo un film che gia' rivela il suo eclettismo, se un bad boy anarchico sceglie una storia d'amore giovanile come soggetto della sua opera prima. Inatteso, ancora stranger in a strange land e' Van Peebles che ritorna in patria con lo stesso film per partecipare al San Francisco Film Festival - visto che tutti lo prendono non per un americano di colore, ma per un francese!

L'opera prima di Joe Angio (presentata nella sezione 'Documentary Film Competition - PanAfrican Images') esplora tutti i media, combina tutte le possibilita' concesse alla visione mediata - dalle immagini d'epoca al cinegiornale, dal documentario storico alle testimonianze (donne, amici, collaboratori e poi Spike Lee, St. Clair Bourne, Elvis Mitchell, Gordon Parks), dai frammenti cinematografici e teatrali ai primi piani entranti del protagonista che racconta di se'. E' cosi' che How to eat your watermelon in white company alterna respiri d'insieme su un pezzo di storia e di cultura a sguardi 'dentro' la personalita' - e la sensazione finale e' quella di un messaggio chiaro che ha inspiegabilmente saltato un passaggio, una comprensione che si prepara insensibilmente per poi arrivare d'un colpo e tutta insieme - un po' come le grandi idee. Quello che resta e' la semplicita' di un artigiano del cinema che si butta a terra con una piccola camera a mano per riprendere dal basso il passaggio di un corteo funebre, la forza delle sue immagini di violenza a rovescio - strana, sbagliata e per questo rivelatrice con una forza senza pari (Sweet Sweetback's baad asssss song) - e di ipocrisia dolorosamente svelata ("Aint supposed to die a natural death"), lo scherno di una scritta su una maglietta - "rated X by an all white jury". Il titolo: 'watermelon man' e' una forma di insulto usata dai bianchi verso gli afroamericani, derisi per il loro consumo 'eccessivo' di anguria. Think of it, man...
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