Parigi: uno sguardo al passato

Un nuova rivista, Cinema 02, che rilegge gli specchi nella storia del cinema, Traffic che ritorna su “Stromboli” di Rossellini, mentre in sala riesce un Altman del 1973 e il Beaubourg rende omaggio ad Oskar Fischinger per il centenario della sua nascita

Tra il denso e variegato panorama delle riviste francesi consacrate alla settima arte, due pubblicazioni, oltre quelle più conosciute, arricchiscono e contribuiscono a tenere sempre vivo il dibattito tra la critica. Fondata dalla redazione che precedentemente faceva parte di “Cinémateque”, e pubblicata da Léo Scheer, CINEMA 02 è una nuova rivista semestrale “di estetica e di storia del cinema”, che si sforza di dimostrare che la storia del cinema è una materia vivente, ancora largamente inesplorata e ricca di sorprese. Ma, soprattutto, che i film che hanno fatto grande la sua realtà devono sempre essere scrutati e analizzati, al fine di restare a noi contemporanei e comprensibili. Sfogliando CINEMA 02 si constata l’ambizione di far corrispondere degli ampi testi di natura non esclusivamente cinematografica ad altri minori e più strettamente circoscritti, cercando di “sfinire”, analizzandolo, un concetto molto preciso. In questo primo numero, ad esempio, vengono riportati dei testi e delle analisi concernenti la problematica degli specchi nelle immagini cinematografiche, questione analizzata da un interessante articolo di Bernard Benoliel a proposito di alcuni fotogrammi di DERRIERE LE MIROIR (Bigger than Life) di Nicholas Ray. O ancora, nel sommario, un’appassionante testimonianza consacrata ad Ozu da parte di Yuharo Atsua, suo capo operatore, il quale confessa quanto al regista premesse filmare le scene in ambienti naturali, senza mai girare in studio. La seconda pubblicazione, TRAFFIC, giunta oggi al suo quarantesimo numero, riporta la traduzione integrale del capitolo “Stromboli” del libro di Tag Gallagher consacrato a Rossellini; pagine che nessun editore francese ha ancora pubblicato, con grande incredulità dei redattori e degli addetti ai lavori. “Nichilista e caloroso”. Così viene definito da Libération DONNIE DARKO, opera prima del giovane Richard Kelly, considerato da molti come il nuovo talento della scena americana indipendente. Le visioni e le bizzarre amicizie prodotte dall’universo mentale di un adolescente schizofrenico sono il tema principale della pellicola, attorno alle quali ruotano tutte delle situazioni immaginifiche ma al contempo reali. Scritto a soli 22 anni nel 1997 come esame finale per la scuola di cinema dell’USC, prodotto lo scorso anno da Drew Barrymore (anche attrice), e costato 4,5 milioni di dollari, la pellicola “né satira sociale, né film fantastico o dell’orrore, è un insieme rischioso e ambizioso” (Libération). Ugualmente Les Inroks: “Immaginate un incrocio tra ”Virgin Suicides” e “Sixiéme Sens” più un pizzico di Todd Solondoz, e avrete un’idea di questo primo lungometraggio. In conclusione, il film è un cocktail new-age che cerca l’originalità attraverso la complessità, una pellicola un po’ sbilenca ma sicuramente intrigante”. Un coniglio gigante come presenza costante, ed un innegabile influsso dello stile di Paul Thomas Anderson, ci ricordano che la fine del mondo potrebbe anche essere prossima entro soli 28 giorni.
Dopo essere stato proiettato a Cannes, LE METIER DES ARMES arriva, non senza polemiche, sugli schermi francesi. Leggendo i commenti dei critici sembra essere finito il tempo per Ermanno Olmi dell’interesse e della gratitudine che gli era stata riservata negli anni passati, accusando la critica il regista di “non fare nulla per cercare di riconciliarsi con il pubblico nello scegliere un soggetto ingrato” (Libération). Ancora più spietata la critica di Première: “Malgrado un senso innegabile della composizione, non si arriva mai ad appassionarsi a queste interminabili digressioni estetizzanti sulla guerra, la fede e la geopolitica. Noia ben filmata, ma comunque noia.”
Inoltre attualmente in sala: UN TAXI A PEKIN, di Ning Ying, collega asiatico di Scorsese, LE CAFE DE LA PLAGE del nostalgico Benoît Graffin in cui la vaghezza, tanto dei paesaggi naturali quanto di quelli umani, rappresenta la caratteristica più interessante, e l’impegnato L’AFRANCE, storia di uno studente senegalese alle prese con la violenza del sistema francese, attraverso il quale il regista Alain Gomis si interroga su come possa reagire un’identità nel momento in cui viene strappata dal proprio paese di appartenenza.
Tenendo fede alla buona abitudine che vuole sia sovente in Francia il fatto di editare nuovamente pellicole del passato ma che hanno fatto grande la storia del cinema, i distributori fanno giungere nelle sale una nuova copia restaurata di LE PRIVE (1973), che ci riconsegna un Altman passionale, il quale realizza, filmandola, la radioscopia geniale e malinconica di una civiltà asettica e insieme idealistica come quella dell’America degli anni ’70. Una versione cinematografica disincantata del romanzo noir “The Long Goodbye” di Raymond Chandler, in cui Elliot Gould fornisce una prova, l’ennesima, da grande interprete.
“CinEma 2 Experimental”. Questo il nome della retrospettiva che il Beaubourg consacra ad Oskar Fischinger per il centenario della sua nascita. L’originale di quello che resta della sua produzione (numerose opere sono andate perdute nel corso degli anni) sono pubblicità e inediti che, a partire dal 1923, incontrano l’allora nascente movimento Dada. Ritmi cinetici, volte, virgole e scie luminose; un bombardamento visivo capace di pubblicizzare una marca di sigarette servendosi di un paio di paglie che danzano come un paio di slanciate, sensualissime, gambe
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