Un romano in America. Il cinema secondo Sergio Leone
‘Sergio Leone, un romano in America’ oppure anche ‘Sergio Leone, un americano a Roma’. Con il cinema di Leone e con il personaggio Leone entrambe le diciture sarebbero andate bene per intitolare la conferenza che si è svolta presso il Centro Studi Americani di Roma
‘Sergio Leone, un romano in America’ oppure anche ‘Sergio Leone, un americano a Roma’. Con il cinema di Leone e con il personaggio Leone entrambe le diciture sarebbero andate bene per intitolare la conferenza che si è svolta venerdì 5 novembre presso il Centro Studi Americani di Roma.A suggerirlo è stato uno dei relatori presenti, Roberto Donati che, nel suo intervento, ha raccontato come il cinema di Leone e, perché no, anche il bambino Leone avessero avuto da sempre come ispirazione quegli elementi basilari della cultura e del cinema americano, a cominciare da quello western: la nostalgia, lo spettacolo, l’epica e, soprattutto, il mito. Una definizione non nega per forza l’altra e più volte nel corso dell’incontro, tutti quanti i relatori hanno tirato in ballo l’odore e i sapori della cucina romana e gli ordini di Leone che voleva, per così dire, che sceneggiatura e dialoghi venissero scritti prima in romanesco e poi, solo in un secondo momento, tradotti in italiano o in inglese. Sicuramente da qui deriva quell’ironia, così vicina al disincanto e al cinismo, tipica della Roma cinematografara e in particolar modo di Leone.
Leggendo uno stralcio del suo libro Lontano dai sogni, Antonio Monda ha raccontato il legame che c’è tra il cinema di Leone e le musiche di Morricone, un legame unico, indissolubile e magico; mentre Valerio Caprara ha rimproverato ai critici italiani di aver snobbato la grandezza di Leone negli anni in cui realizzava i suoi film e di averlo celebrato solamente ora, inoltre ha poi rimproverato i registi contemporanei che non sono stati in grado di fare loro la dilatazione temporale, marchio di fabbrica di Leone: oggi i registi moltiplicano le immagini con un montaggio frastornante perché incapaci di cogliere quello che alcuni studiosi hanno chiamato impropriamente immobilismo, il dinamicissimo rapporto che Leone sapeva instaurare fra lo spazio e l’uomo. Con la proiezione (accompagnata da disagi tecnici: formato video sbagliato, salti dell’audio) di un paio di sequenze tratte dai film, il discorso si è poi spostato sulla tecnica, sul meraviglioso dolly iniziale con l’ingresso nella città di Claudia Cardinale che cambierà per sempre la frontiera o sull’importanza dei suoni e dei rumori all’inizio di C’era una volta il West.
Ospite speciale e, insieme a Leone, vero protagonista della conferenza è stato naturalmente Ennio Morricone. Con fare spigliato e spiritoso, chiamando in causa più volte la vedova Leone presente in sala, il Maestro ha raccontato aneddoti divertenti e non ha rinunciato a spiegare cosa sia per lui e quale ruolo dovrebbe avere la musica per i film. Tra gli aneddoti ne vogliamo riportare uno: un pomeriggio, Leone e Morricone andarono in un negozio d’antiquariato. Morricone vide un tavolo, gli piacque subito molto e lo mostrò a Leone il quale lo liquidò con un secco ‘Che schifo!’. Il giorno dopo Morricone chiamò per acquistare il tavolo e venne a sapere che un altro possibile acquirente voleva comprarlo, ed era proprio Leone. Per quanto riguarda il concetto di musica, il pensiero di Morricone è classico e non concede compromessi di alcun tipo: se la traccia audio dei dialoghi può convivere con quella dei suoni e dei rumori d’ambiente, la colonna sonora non può convivere con nessun altro elemento, deve essere autonoma, indipendente, deve essere la sola protagonista.
Morricone ha poi concluso il suo racconto con un dispiacere e un po’ di commozione che ha inevitabilmente contagiato tutti quanti gli ascoltatori: Leone ha realizzato dei film bellissimi, ogni film superava per qualità quello precedente, se n’è andato troppo presto ma, Morricone ne è sicuro, il film che Leone non ha mai fatto sarebbe stato sicuramente un altro capolavoro.
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