SOL LEVANTE - Hayao Miyazaki
Di nuovo fra i raggi del Sol Levante: questo mese torniamo su Hayao Miyazaki, ripercorrendo velocemente la sua carriera, con un particolare approfondimento sull’ultimo “Sen to Chihiro no Kamikakushi” (titolo internazionale: “Spirited Away”), film destinato (speriamo) a rivelare definitivamente il suo nome al grosso pubblico.
SEN TO CHIHIRO NO KAMIKAKUSHIdi Massimo Causo
Superato il tunnel davanti al quale la macchina di mamma e papà si è fermata, gli occhi fieri e stupiti della piccola Chihiro si aprono su un mondo florido ma disabitato, una città fantasma della quale – lei ancora non lo sa – la ragazzina è già prigioniera, assieme ai suoi genitori. Non è che l’inizio di “Sen to Chihiro no kamikakushi” (titolo internazionale: “Spirited Away”), il nuovo lungometraggio animato di Hayao Miyazaki, che all’ultimo Festival di Berlino ha conquistato un Orso d’Oro ex-aequo ed ora attende un lancio sul mercato internazionale (pronuba la francese Wild Bunch) e soprattutto un’adeguata uscita (dovrebbe pensarci RaiCinema) su quello italiano.
Non è che l’inizio di questo straordinario film animato (il primo, detto per inciso, che il Maestro giapponese ha girato in digitale), e già ci troviamo pienamente calati nell’universo di Miyazaki. Come Conan, Nausicaa e la stessa Mononoke, anche la piccola Chihiro è una viaggiatrice suo malgrado: sta seguendo i suoi genitori in un’altra città e lungo quel triste tragitto s’è ritrovata d’un tratto, assieme a loro, davanti a quel tunnel e infine in quel paese apparentemente desolato. Se solo avessero dato ascolto ai suoi disperati consigli di andare via da lì, di non toccare nulla e soprattutto di non ingozzarsi delle inenarrabili leccornie di cui erano imbandite quelle tavole, mamma e papà non si sarebbero trasformati in maiali ed ora non rischierebbero d’essere dati a loro volta in pasto alle creature di quel mondo… Ma ormai il danno è fatto e la povera ragazzina si ritrova praticamente orfana in quello strano paese che, sul far della notte, s’illumina a festa e si popola di incredibili creature: spiriti e divinità dalle forme più strane che, come ben presto la piccola imparerà, si recano in quella città per frequentare la specialissima “casa dei bagni” di Yubaba, una sorta di temuta strega/arpia che governa il posto dispoticamente.
Eppure, come tutti i piccoli eroi di Miyazaki, anche Chihiro imparerà ben presto a sopravvivere e troverà la sua (e altrui) salvezza facendo tesoro della propria sensibilità, ovvero della sua capacità di stare “nel” mondo sino ad abitarlo nello spirito, di aderire perfettamente alla natura e all’essenza stessa della realtà “differente” – in certa misura anche “mutante” (traccia importante, questa, nel cinema del Maestro giapponese) – nella quale si trova a vivere. Introdotta ed aiutata, infatti, dal giovane Haku, un enigmatico inserviente che ha l’aria di un piccolo principe, Chihiro imparerà a stare in quel mondo incredibile con quell’umiltà e sincera dedizione, ma anche con quella lucida intelligenza, che è propria di tutti gli eroi di Miyazaki, da sempre destinati a salvare se stessi e il proprio mondo in ragione della loro docile e acuta sensibilità.
In due ore e cinque minuti di sfavillante cartoon, infatti, le avventure non mancheranno di coinvolgere e travolgere Chihiro e i suoi compagni, ricche di svolte fantastiche, di sovrapposizioni di universi, di trasformazioni degli stessi protagonisti che, di volta in volta, rivelano nuove identità e nuove storie… In effetti, “Sen to Chihiro no kamikakushi” è forse l’opera più ampia e aperta di Hayao Miyazaki, quella che maggiormente si concede a un gioco libero e straripante della fantasia, adattandosi a un piacere della proliferazione delle figure, degli scenari, dei mondi, degli eventi, che produce alla visione un autentico piacere estatico. La ricchezza dei caratteri e l’altissima inventiva con cui sono sviluppate le situazioni sono espressione di una poetica che, partendo da una visione del mondo sostanzialmente segnata dall’angoscia della fine di un tempo dell’incanto in cui tra esseri e natura tutto era armonico, giunge a sublimare la tensione negativa in una vitalistica forza dell’immaginazione che è funzione stessa della creazione, del mondo, dunque della realtà. E Hayao Miyazaki ne è parte integrante, vecchio bambino con mani d’artista e testa da Maestro, travestito da manager degli anime marchiati Studio Ghibli, eppure sempre teso a pensare un mondo migliore: non per spirito didascalico, ma per pura, vitalistica necessità creativa.
HAYAO MIYAZAKI E LO STUDIO GHIBLIdi Davide Di Giorgio
Sebbene il suo nome abbia conosciuto la gloria della ribalta internazionale solo negli ultimi anni, il sessantunenne Hayao Miyazaki non è un novizio delle cronache italiane: gli spettatori nostrani infatti hanno avuto modo di apprezzarne le qualità artistiche grazie ai lavori giunti nel nostro paese all’epoca del primo anime-boom, confusi nella miriade di prodotti seriali importati dal Giappone. Appartengono alla sua matita infatti serie come “Heidi” (suoi i disegni), “Anna dai capelli rossi” (di cui ha curato il carachter design), “Marco” (dal racconto di De Amicis “Dagli Appennini alle Ande”), “Il fiuto di Sherlock Holmes” (una coproduzione italo-giapponese di recente raccolta in cassette Avo Film), fino ai due più noti: “Lupin III”, di cui ha curato parte della prima serie e il film “Il castello di Cagliostro” - capolavoro riconosciuto della filmografia lupinesca; e “Conan il ragazzo del futuro”, forse l’opera seriale più matura fra quelle da lui curate, forte di una animazione ancora oggi pregevolissima (grazie ai finanziamenti sostanziosi dalla NHK, l’emittente di stato) e di una sceneggiatura solida (mutuata dal romanzo di Alexander Key “The Incredible Tide”, edito in Italia da Kappa Edizioni), nella quale già si intravedono i temi fondanti della sua filmografia cinematografica: la leggerezza dei corpi, la fascinazione per il volo, la propensione per un ideale edenico che spinga l’uomo ad affrancarsi da una tecnologia opprimente in favore di un naturismo di stampo pacifico e quasi “comunista” (l’autore infatti è di formazione marxista, anche se ha più di recente preso le distanze dal padre del socialismo). Nel 1985 è poi nato lo Studio Ghibli, con la complicità dell’amico e collega Isao Takahata (regista di “Heidi”), del mentore Yasuo Otsuka e con l’intento di spazzare via, come l’omonimo vento, la “corruzione dall’industria giapponese dell’animazione”. Nonostante l’iniziale fama di flop-maker, oggi i lavori di Miyazaki (e quelli dello studio Ghibli) sono riconosciuti e apprezzati da critica e pubblico. Purtroppo la loro fama tarda a giungere in Italia, dove si è visto ben poco: nel 1987, all’interno del contenitore pomeridiano “Big”, Rai 1 trasmise “Nausicaa della valle del vento” (del 1985, che alcuni ritengono il capolavoro assoluto di Miyazaki) e del quale Planet Manga ha di recente pubblicato il fumetto realizzato dall’autore per approfondirne alcune tematiche; prima di “Princess Mononoke”, infine, l’ultima opera Ghibli ad essere vista in Italia è stata “Una tomba per le lucciole”, di Isao Takahata, drammatica vicenda ambientata durante la seconda guerra mondiale. Importata dalla Yamato Video per il solo settore dell’Home Cinema, la “Tomba” è stata recentemente editata in DVD (ne riparleremo). Le previsioni per il futuro ora sono incerte: l’accordo firmato fra la Tokuma Shoten (distributore dei cartoons Ghibli) e la Disney nel 1997 (avversato dal regista) prevedeva la distribuzione internazionale dei lavori di Miyazaki, ma tutto sembra fermo. Come sempre non resta che attendere: nel frattempo giova constatare come il temuto abbandono dalle scene del Maestro, paventato all’indomani dell’uscita di “Mononoke” sia fortunatamente stato smentito.
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