SOL LEVANTE
Angel’s Egg: Uno dei film d’animazione più sorprendenti e dimenticati della storia del cinema, nato dall’incontro di due geniali personalità del mondo creativo giapponese come il regista Mamoru Oshii e l’artista Yoshitaka Amano
Un sogno condiviso
di Matteo Boscarol
"forse io e te (...) esistiamo solo nel ricordo di una persona che non c’è più , forse nessuno esiste e fuori c’è solo la pioggia..."
Una mano in primo piano gira e si rigira. Fa il gesto di stringere, prendere e rompere qualcosa. Cambio di scena, musica alla Ligeti, cielo plumbeo carico di nuvole pesanti contro cui si staglia un enorme uovo semitrasparente di color turchese ed al cui interno intravediamo un uccello o forse un angelo. Ancora cambio di scena. Un giovane guerriero post-punk dai capelli bianchi imbraccia un fucile a forma di croce cristiana. Sullo sfondo un bellissimo cielo grondante rosso dannazione.
Inizia così uno dei film d’animazione più sorprendenti e più dimenticati della storia del cinema, Tenshi no tamago/Angel’s Egg, gioiello nato nel 1985 dall’incontro di due fra le più geniali personalità del mondo creativo giapponese, Mamoru Oshii e Yoshitaka Amano (l’illustratore di Vampire Hunter D). Il primo autore della regia, del soggetto e della scarna sceneggiatura, mentre il secondo della parte grafica che però vista la natura sperimentale di quest’animazione, riveste un’importanza di tipo autoriale. Un lavoro a due quindi, o meglio, un sogno condiviso, vista la natura onirica e criptica delle immagini.
Siamo in un mondo simil deserto, popolato da rovine, carcasse di animali pietrificate, enormi palazzi gotici, un universo post o pre-umano dove in totale solitudine vagabondano due personaggi, il guerriero descritto poco sopra ed una bambina dai folti capelli bianchi che vive solitaria custodendo sotto la sua veste un uovo: si incontrano, girano per la città e si scambiano una breve ma intensa conversazione per la maggior parte formata da citazioni della Genesi.
E’ un’opera aperta, priva di un significato univoco per sua natura, come dichiarato anche dallo stesso Oshii, e che molti appassionati e critici hanno tentato di interpretare in tutti i modi. Cos’è l’uovo? cosa custodisce al suo interno? cosa sono le ombre dei pesci che vediamo scorrere per la buia città? chi sono i pescatori che danno loro la caccia? e la bambina, è lei forse l’angelo indicato nel titolo? Ma le interpretazioni sarebbero, e sono, infinite, il film è troppo vasto per fermarsi ad una sola ed è questo uno dei punti che lo rende un film essenziale, anche a più di venti anni di distanza. Tenshi no tamago è una visione, nel senso più profondo e più semplice.
Qui si vede, si penetra qualcosa che ci rivela la presenza di un mondo, un mondo che anche se onirico è reale, forse più reale del vero. Distorcendo le famose parole di Godard riferite al cinema potremmo dire che questo film è "la realtà di un sogno, di una visione". Ed è un mondo popolato questo di Angel’s Egg, come quasi sempre in Oshii, da una densità di simboli ed elementi biblici che però sono spiazzati dal loro preteso fondo originale cristiano. E’ in fondo uno stilema che lo stesso regista avrebbe poi usato in quasi tutti i suoi successivi lavori, un utilizzo dell’immaginario biblico, della sua potenza simbolica ma allo stesso tempo una forte critica dell’impianto religioso e delle sue strutture. Quasi che nei simboli dormisse la potenza segreta della vita che in nessun modo può venir limitata da una religione, qualunque essa sia. Un atteggiamento che avrebbe trovato d’accordo anche D.H. Lawrence (Soprattutto nel volume "Apocalypse and the Writings on Revelation"). Troviamo così la forma della croce nel fucile del guerriero, il pesce e i pescatori, anch’essi portatori di forti reminescenze cristiane, ma allo stesso tempo abbiamo l’uovo con il significato ovvio di creazione, ma qui soprattutto con la sua forma. L’aspetto curvilineo dell’uovo rimanda visivamente a quello delle ampolle di vetro che la bambina possiede e ancor prima a quella dell’occhio-mondo della scena iniziale.
Nello scenario di distruzione e nichilismo che il film rappresenta, questa rotondità sembra accennarci ad una speranza, la speranza di una rinascita che forse ci porti fuori dalla dannazione del tempo lineare. Dannazione rossa, si diceva del cielo all’inizio, ma che ritorna durante tutto il film anche quando questo si immerge in un sepolcrale nero, basti ricordare qui il contrasto abbagliante che si vede in una scena, fra la penombra all’interno dell’edificio e l’ampolla piena di un liquido magenta che la protagonista svuota. Ma queste riverberanze di colori e forme sono solo alcune di quelle che si presentano in Tenshi no tamago, un’animazione che abbandonando quasi del tutto l’elemento narrativo ne magnifica quello visivo e visionario. Sarebbe perciò interessante sarebbe paragonare il ritmo allucinatorio e le riflessioni sull’identità di Tenshi no tamago alle stesse fatte nel romanzo capolavoro di Samuel D. Delany, “Dhalgren”.
Bibliografia minima:
Brian Ruh "Stray Dog of Anime: The Films of Mamoru Oshii" Palgrave Macmillan, 2004
Tarò Davide "Mamoru oshii. Le affinità sotto il guscio" Morfeo, 2006
Le origini di un classico misconosciuto
di Davide Di Giorgio
E’ molto semplice oggi considerare Mamoru Oshii come uno dei maggiori registi d’animazione giapponesi: i festival si contendono i suoi ultimi lavori (Venezia ha appena presentato in anteprima l’ottimo Sky Crawlers) e l’immaginario globale ha accolto con entusiasmo le derive cyberpunk e le speculazioni filosofiche di Ghost in the Shell e Innocence.
Ma nel 1984 Oshii era un giovane animatore che, dopo la gavetta presso lo Studio Tatsunoko, si era distinto principalmente per la serie grottesca di Lamù la ragazza dello spazio, caratterizzata da una vena anarcoide e surreale che univa comicità e un velato erotismo a una gioiosa rivisitazione di tematiche profonde (il rapporto fra i sessi) e alla sperimentazione attraverso numerosi stili, in quella che a tutti gli effetti può considerarsi un’anticipazione della contaminazione dei generi praticata nei decenni più recenti.
I
n questo quadro un’opera come Tenshi no Tamago si inserisce come l’autentico outsider: il momento cioè di passaggio fra la fase precedente, definita più “adolescenziale”, e quella successiva più “matura” e maggiormente incentrata su generi come la fantascienza (sebbene sia difficile e ingeneroso nei confronti di un autore così complesso usare il termine “genere”). Un’opera comunque avanti per i suoi tempi, al punto che, rivedendola oggi, l’uso di iconografie mistico-religiose può suggerire intriganti ipotesi di ispirazione per Hideaki Anno e il suo Neon Genesis Evangelion.
Ma all’epoca questi 71 minuti produssero un sonoro insuccesso al botteghino, tanto che il titolo non è mai giunto in Italia e rappresenta quindi un tassello mancante per comprendere il percorso dell’artista.
L’aspetto più interessante dell’operazione sta poi nel fatto che il film ha un valore simbolico non indifferente anche per la carriera di Yoshitaka Amano, che pure iniziò il suo apprendistato presso lo Studio Tatsunoko e che esattamente un anno prima di lavorare a Tenshi no Tamago cominciò a farsi conoscere presso il grande pubblico con le illustrazioni per i romanzi di Vampire Hunter D.
L’incontro dei due artisti in quest’opera, celebrata da molti critici e appassionati come il miglior film d’animazione di tutti i tempi, appare quindi come un necessario trovarsi per aprire una finestra verso un approccio personalissimo all’animazione, che neppure i tentativi di incasellamento nel filone new age dell’animazione di metà anni Ottanta (pensiamo ad Harmagedon) sono riusciti a razionalizzare e delimitare.
Speriamo che prima o poi qualche distributore si ricordi di editarlo anche in Italia.
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