SOL LEVANTE - Dragon Ball
Il maggior successo commerciale degli ultimi vent’anni, punta dell’iceberg di un fenomeno che affonda nel mito e propone un singolare approccio basato sul racconto dell’avventura attraverso la sua demistificazione. Guida alla celebre serie culto, in attesa del film cinematografico
E’ un eterno ritorno quello di Dragon Ball, come a voler ribadire continuamente il suo status di classico a cavallo fra generazioni e formati espressivi: fumetti, videogames e, naturalmente animazione hanno infatti reso il giovane guerriero Goku un’icona dell’avventura a contorni fantasy.
Come sempre accade con personaggi e storie così amate, si è quasi portati a pensare che l’origine di tutto sia lontana nel tempo, laddove invece la data che ha innescato il culto è il relativamente vicino 1984, quando uscì sulla rivista “Shonen Jump” il primo capitolo di quello che sarebbe diventato un autentico fenomeno del manga (la collana completa consta di 42 uscite in volumetto, trasposte poi in due serie animate per un totale di 444 puntate!) e che avrebbe iscritto il suo creatore Akira Toriyama nell’alveo degli autori più significativi della scena contemporanea. Il tempo d’altra parte costituisce uno degli elementi fondamentali della serie, che attinge al Mito proponendo una personale variazione del celebre “Viaggio in Occidente”, un classico della letteratura cinese basato sul viaggio dello scimmiotto Sun Wukong al seguito del monaco buddista Sanzang. La popolarità di questo personaggio è tale da essere stata fonte di ispirazione per più serie animate, dal The Monkey di Osamu Tezuka (1967) all’interessante variazione spaziale di Starzinger (1978, nella quale fu coinvolto il grande Leiji Matsumoto, il creatore di Capitan Harlock), fino al più recente Saiyuki (1997). Come il suo illustre predecessore, Son Goku può viaggiare a bordo di una nuvola e deve compiere un viaggio che, nel caso specifico, è finalizzato al recupero di sette mistici gioielli, le Sfere del Drago (da cui il titolo “Dragon Ball”). Una volta recuperati, i globi permetteranno al loro proprietario di vedere esauditi i propri desideri attraverso l’evocazione del magico Drago Shenron.
Su questa struttura che di per sé invita naturalmente all’avventura, Toriyama innesta il suo personale universo abitato da umani, animali antropomorfi e dinosauri, che restituiscono immediatamente il piacere del racconto fantasy, ma anche l’idea della mescolanza di generi e l’importanza dell’ironia. Uno degli aspetti meno considerati dagli appassionati, infatti, è la capacità dimostrata da Toriyama di raccontare l’azione attraverso la sua costante demistificazione.
La prima parte della storia, pertanto, sembra simpaticamente irridere i cliché tipici del racconto di formazione, che vedono il protagonista di turno impegnato nel superamento dei propri limiti: Dragon Ball lo fa mostrandoci un bambino con coda di scimmia (Goku, appunto), dotato di grande capacità combattiva, forza non comune e una innata purezza di cuore, che lo porta ad affrontare avversari sempre più forti con spirito divertito. Proprio l’entusiasmo manifestato da Goku per la lotta evidenzia il tentativo di affrontare il genere da una prospettiva più leggera e che ponga finalmente al bando lo spirito di totale abnegazione che più volte in passato aveva dato forma a epopee di dolore e sacrificio (basti pensare ai racconti sportivi di Ikki Kajiwara come Tommy La stella dei Giants, Arrivano i Superboys o L’Uomo Tigre): l’immagine di Goku che, dietro gli inflessibili insegnamenti impartiti dal Maestro Muten/Genio delle Tartarughe (in realtà un vecchio pervertito!), deve spostare enormi macigni, affrontare nuotate mentre viene inseguito dagli squali per poi sfuggire alle fauci di un dinosauro, evidenziano il gusto del paradosso insito in queste caratterizzazioni eccessive.
Anche i cattivi si adeguano a questa linea mostrandoci improbabili tiranni dall’aspetto estremamente grazioso (Pilaf), killer che scagliano in aria colonne e poi ci salgono a bordo sfruttandole come mezzi di trasporto (Tai Pai) e tutto confluisce nel duello con il Grande Mago… Piccolo (chiamato “Al Satan” nell’edizione italiana dell’anime) sul quale in realtà non c’è molto da ridere, trattandosi di un vero mostro. Non mancano anche precisi rimandi al filone delle arti marziali, con l’avversario Jack Chun (chiaro omaggio a Jackie Chan) e la centralità conferita al torneo di lotta dove peraltro si consuma anche lo scontro finale tra Goku e l’erede del Mago Piccolo (che da noi è noto come “Junior”), che conclude il primo arco narrativo e la prima serie tv.
Nella sua irrisione delle regole canoniche di questo tipo di racconto, Toriyama dimostra grande conoscenza delle fonti e per questo utilizza una formula iterativa, che costringe il protagonista a ripercorrere costantemente una serie di tappe, non solo recuperando più volte le Sfere, ma anche affrontando più nemici (che a volte tornano in vita) e continuando il suo training, in una costante escalation che lo porta infine ad essere allenato da svariate divinità nella sfera dell’ultraterreno! Lo schema in fondo non è dissimile da quello di un videogame, dove l’eroe deve costantemente “evolvere” e così ben presto Toriyama inserisce l’altro elemento che ha fatto la fortuna della serie, ovvero la possibilità di Goku di manifestare i suoi progressi raggiungendo uno stadio superiore: una volta svelata la sua natura aliena di Sayan abbiamo così il Super Sayan e varie sue versioni esponenziali, utili ad affrontare nuovi nemici che arrivano dai quattro angoli della galassia. Questa parte del racconto è stata trasposta in animazione nella seconda serie tv, Dragon Ball Z (anche nota come What’s My Destiny Dragon Ball) che ha un tono più serioso della prima e dove ormai gli eccessi arrivano al punto di far disintegrare ai combattenti interi pianeti!
E’ come se Toriyama, nell’irridere il genere, ne evidenziasse il bisogno di non temere il ridicolo ma anzi di cercarlo in modo da poter ottenere l’epica solo attraverso l’approdo alla fantasia più sfrenata, dove ogni legge della fisica è sovvertita, gli uomini possono volare e gli scenari “risentono” della durezza dei confronti. Perché in effetti Dragon Ball riesce a divertire e nello stesso tempo ad appassionare come se quello che vediamo sullo schermo (o sulle pagine del manga) sia realistico. Il mondo (e l’universo) insomma è l’enorme tavolozza grazie alla quale Toriyama può dipingere la sua fantastica visione delle cose.
Il tempo in tutto questo continua a giocare un ruolo fondamentale, con la crescita del personaggio, la formazione di una famiglia e l’invecchiamento dei comprimari, che danno all’intera storia il sapore di una bizzarra soap opera. Nella terza serie (Dragon Ball GT, realizzata solo per la televisione) Goku torna anche bambino per un incantesimo, recuperando la cifra più divertita degli esordi e testimoniando ancora di più come il tempo nella sua vita sia centrale, ancorché relativo.
Dopo le serie animate (prodotte dalla Toei Animation e distribuite in DVD da Yamato Video), vari film e speciali e iniziative che arrivano all’oggi, all’uscita del film cinematografico Dragonball Evolution prodotto dalla 20th Century Fox, Dragon Ball resta un’opera che ha tracciato un solco profondo nell’immaginario popolare, condizionando anche la fruizione dell’avventura da parte degli appassionati e dei suoi successivi cantori. Anche questo, in fondo, è un segno dei tempi che passano.
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