MANGA/ANIME - Gurren Lagann
Sono iniziate su Rai4 le trasmissioni del recente capolavoro targato Studio Gainax. Una serie epocale che riesce a ossequiare tutti i cliché del genere robotico, ma nello stesso tempo descrive nuove strade attraverso una narrazione iperbolica che cerca di rinnovare il piacere dell’avventura
C’è sempre, come si dice, una frontiera successiva.
La funzione del pioniere è quella di penetrare l’ignoto: di frugare luoghi inesplorati e di riferire quello che ha scoperto. Ogni progresso è basato sulla volontà di pochi di avventurarsi in territori sconosciuti, di esaminarli, di venire a patti con essi, e di renderli un luogo dove tutti possano vivere. (…)
E quando l’ultimo pioniere si ferma di botto lungo il suo cammino, pianta il campo e si sistema per il resto dei suoi giorni, potete scommettere il vostro berretto di pelo che ci sarà subito qualcun altro laggiù per spingere un po’ più avanti la frontiera.
(John Skipp & Craig Spector: “Il libro dei morti viventi – introduzione”)
Il ruolo del pioniere certamente non si addice agli autori che lavorano per lo Studio Gainax: la loro funzione è al contrario quella di rielaborare il già fatto e in questo senso spingere più avanti la frontiera, forzarne i limiti, ma allo stesso tempo riflettere sul percorso che ha portato appassionati e spettatori fino a quel limite da valicare. Sino a questo momento, complice la stella di Hideaki Anno, il lavoro aveva tradito una cerebralità che, pur attirando l’attenzione generale, sembrava non riuscire a unire la ricerca stilistica con una autentica evoluzione del genere di volta in volta trattato. L’impatto di Evangelion sulla fantascienza robotica può essere paragonato a quello di Watchmen di Alan Moore sui fumetti di supereroi, ha dato nuova linfa agli stessi, ma al contempo li ha sprofondati in un autentico malessere, figlio dei suoi tempi ma anche ostico per un genere che si è sempre basato sulla solarità dell’archetipo.
E’ importante avere presente tutto questo durante la visione di Sfondamento dei cieli Gurren Lagann (in originale “Tengen Toppa Gurren Lagann”, 2007) poiché è facile etichettare la magnifica serie diretta da Hiroyuki Imaishi come un semplice divertissement per amanti dell’animazione più sregolata: siamo invece di fronte a un prodotto epocale, capace di rinnovare i principi fondanti del genere sulla base di una consapevolezza che finalmente ricontestualizza il lavoro di smontaggio e rimontaggio dei cliché che ha tenuto banco nel corso dello scorso decennio.
La storia vede la Terra di un ipotetico futuro soggiogata dagli Uomini-Bestia, che hanno costretto l’umanità nel sottosuolo. Il giovane Simon, di professione scavatore, trova però sepolto nella terra un Ganmen, ovvero uno dei robot usati dai conquistatori. Insieme all’amico Kamina diventa quindi il leader della rivolta che lo porterà a liberare l’umanità.
Fin qui nulla di nuovo, non fosse che fin dall’inizio la storia stabilisce il tono e, soprattutto, l’importanza della dicotomia come chiave di volta per l’evoluzione del genere. Il malessere del pilota, base fondante del filone postmoderno, viene estroflesso in una lotta la cui posta in gioco è il concetto di superamento di un limite. La storia viene per questo scandita da un ritmo scoppiettante e molto “urlato” e da disegni che, pur nella definizione delle figure, non esitano a deformare le stesse pur di ottenere l’esito più spettacolare possibile. Il racconto procede poi attraverso una serie di tappe che riguardano innanzitutto l’uscita dal sottosuolo (traguardo raggiunto già alla fine del primo episodio) e passa poi verso la sconfitta dei nemici, la fondazione di un nuovo mondo e la lotta finale contro i veri “cattivi”, gli Anti-Spiral. Qui si innesta il fulcro nodale della storia, ovvero la necessità di ossequiare la natura evolutiva del genere umano superando i limiti imposti da chi vede nella stessa un limite all’equilibrio dell’universo per giungere oltre i confini dello spazio-tempo.
In questo modo Gurren Lagann riunisce in un unico insieme la consapevolezza mitopoietica del genere, incarnata dalla figura dell’eroico e incosciente Kamina che stabilisce fin dall’inizio l’importanza del nome (del gruppo, del robot) come elemento qualificante dei propri fini, e l’indecisione del novizio Simon, che, incoraggiato dal compagno, prende sempre più coscienza della necessità di determinare il proprio destino, forte dell’esperienza nel frattempo acquisita. La lotta è ovviamente complicata da chi, all’interno dello stesso genere umano, adotta invece una strategia di prudenza che tenta di mantenere un nocivo equilibrio con la distruzione, che diventa perciò strategia involutiva.
Ma il limite è anche quello dell’autoreferenzialità, in una saga che nel riprendere i cliché di genere riesce nell’incredibile compito di non risparmiare strizzate d’occhio agli appassionati, pur fondando una nuova mitologia: la natura sfacciatamente fanservice della serie, basata sulla creazione di personaggi accattivanti e costruiti su stereotipi ben precisi (l’eroe folle, il giovane timido, la bella procace, il nemico con manie di grandezza) non diviene infatti un modo per delimitare uno spazio già noto in cui trastullarsi (autentica piaga di tante serie contemporanee), ma per ribadire invece i cliché conosciuti e, sulla base delle possibilità offerte dagli stessi, esplorare nuove e sempre più iperboliche soluzioni. Come afferma Kamina, in fondo, si tratta di “dare un calcio alla ragione e fare posto all’impossibile”.
Gurren Lagann diventa per questo un inno all’andare sempre avanti che nella sua escalation senza freni diventa un divertentissimo viaggio nell’assurdo più sfrenato, dove la ricerca dell’effetto più eccessivo (navi che saltano e scalciano, palazzi che piovono dal cielo, macchine che si combinano in modo sempre più esagerato) è sempre perfettamente contestualizzata rispetto agli eventi narrati. Il risultato è un incredibile avventura dove lo spettatore è mantenuto in uno stato di continua euforia e partecipa con entusiasmo alle vicende che mescolano azione, sentimento, dramma e, naturalmente, ironia. Il simbolo della spirale che si rispecchia nella trivella del robot Gurren-Lagann allontana dunque la stessa dall’atto autoreferenziale dello scavare nella Terra e la innalza come metaforico simbolo dell’evoluzione insita nello stesso DNA dell’uomo.
Qual è dunque il segreto di Gurren Lagann? La sua capacità di parlare direttamente al cuore di una generazione che è cresciuta masticando pane e robot e che non deve rinchiudersi nell’adorazione autocompiaciuta del già fatto, ma ritrovare il gusto dell’avventura e sviluppare nuove passioni, esplorare nuove storie e possibilità: in fondo gli anime robotici altro non sono che lo specchio di una gioventù che sogna di esprimersi pienamente e non ci sta a farsi etichettare in schemi preconfezionati.
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