MANGA/ANIME – L’universo dei Ga-nime
Creati per celebrare cinquant’anni di animazione giapponese, questi cortometraggi sperimentali della Toei Animation si rivelano una intrigante riflessione sul potere insito nei componenti primari della narrazione per immagini e un sorprendente tentativo di contaminazione e mediazione fra l’immaginario dell’Oriente e quello dell’Occidente
In Italia l’unico spazio che ha concesso loro visibilità è stato il Torino Film Festival nella sezione Onde della scorsa edizione, per il resto il silenzio ha avvolto in maniera pressoché unanime il progetto “Ga-nime”, creato dalla Toei Animation fra il 2006 e il 2007 per celebrare i cinquant’anni di attività. Il neologismo nasce da un accorto gioco di parole fra “anime” (che, come gli appassionati ben sanno, è una contrazione di “animation”) e il prefisso “Ga” che indica il tratto del disegno (è lo stesso di “manga”, per intendersi). L’intento dichiarato è dunque quello di esaltare l’atto visivo del disegnare rispetto a quello dell’animare, attraverso la creazione di brevi cortometraggi sperimentali, affidati a svariati registi, con un budget ridotto e piena libertà creativa.
L’aspetto più interessante dell’intera operazione (che conta 15 lavori, in oscillazione fra i 20 e i 50 minuti) sta naturalmente nel rapporto che essa intraprende sia con il disegno tradizionalmente inteso che con l’animazione, ovvero nei piccoli scarti che ogni Ga-nime crea nei confronti dell’iconografia manga classica e nei confronti del cartooning orientale.
Ecco dunque che possiamo sostanzialmente delineare un “formato standard” di base, incentrato su disegni fissi, inseriti in un contesto di animazione limitata simile a quella dei “motion comic” alla Supergulp: una forma che però non deve far pensare a un esperimento datato (anzi, recenti opere come From Inside ne hanno dimostrato la piena vitalità). L’intento è infatti quello di fissare ed esaltare alcuni componenti primari della narrazione animata, ovvero il disegno, il suono, la voce. Inoltre - e l’aspetto è interessante per i nuovi cortocircuiti tematici che innesta su un progetto nato per celebrare l’animazione giapponese - molte di queste opere si rifanno a classici della letteratura
occidentale, come accade con Zakuro Yashiki (La Grenadière), scritto e diretto da Koji Fukada e ispirato all’omonima novella di Honoré de Balzac, dove la narrazione lavora proprio sulla forza contemplativa delle immagini, all’interno di una vicenda in flashback che intende rievocare e “fermare” nella memoria i momenti felici dell’infanzia vissuta da due fratelli insieme alla madre ammalata e destinata perciò a lasciarli presto orfani. Fukada si avvale dei disegni di Ken Fukazawa che ossequiano un tipo di pittura ottocentesca occidentale perfettamente congrua ai fatti narrati. La portata teorica di un racconto che si pone come tale, facendo appello alla mitopoiesi nostalgica di un passato virtuoso, si sposa dunque con una narrazione coerente.
C’è invece chi sfrutta questo nuovo formato per trasporre sue ossessioni, come accade a Seiichi Hayashi che porta su schermo la sua Sekishoku Elegy (Elegia del colore rosso), una graphic novel degli anni Settanta, che ebbe grande influenza sulla cultura dell’epoca e che racconta con piccoli tocchi malinconici la storia d’amore fra due ragazzi, Hachiko e Ichiro: i due vorrebbero coltivare i loro sogni, ma devono scontrarsi con le frustrazioni di lui, depresso nelle sue ambizioni di diventare animatore e disegnatore di manga. La levità del racconto, che pure si basa sulle verità non dette e sugli stati d’animo repressi, si accompagna a una scelta cromatica ridotta e a disegni minimali, alla comparsa di baloon su schermo, che esaltano l’idea della
messinscena di una vita che in realtà è essa stessa narrazione da fumetto. Hayashi, dunque, trova una forma di mediazione fra la fonte originaria, lo stile del manga e la sostanza malinconica della sua storia, ribadendo la natura a metà strada fra creatività ed esperimento teorico alla base del progetto Ga-nime.
Se poi, a occuparsi di simili tentativi è un vero artista, il risultato non potrà che essere potente a livello visivo: accade così con i due lavori che vedono coinvolti il grande illustratore Yoshitaka Amano (il creatore grafico di Vampire Hunter D), ovvero Fantascope – Tylostoma, diretto da Soichi Rimura, e Tori no uta (Bird Song), diretto dallo stesso Amano. In entrambi i casi il viaggio di due personaggi si snoda lungo un arco temporale lunghissimo, che li costringe a fare i conti con amori dimenticati e figure femminili che rappresentano una sorta di ideale assoluto di desiderio e sensualità, accompagnati da un autentico tripudio di forme e colori che creano un clima onirico e fiabesco. Amano riesce nel compito di dare forma a un universo di grazia inusitata, non privo di tocchi inquietanti e confinanti anche con l’horror, dove il racconto è volutamente slabbrato perché aperto alle contaminazioni visive, che esaltano l’impatto dei suo disegni di matrice orientale.
Naturalmente, la sperimentazione non sarebbe piena se non fosse in grado anche di rompere la rigidità di questo schema a disegni fissi: in questa prospettiva dobbiamo inserire gli esperimenti più radicali, non necessariamente più riusciti, ma sicuramente degni di pieno interesse, come Highway Jenny, diretto da Masaaki Fukushi. Una visione, un paesaggio virato al negativo, come a voler restituire solo la forma delle cose, liberando il mondo delle propria pesantezze: linee bianche su fondo nero e un tono che si avvicina al videoclip e che accentua la sensazione di alterità di un “racconto” che vuole soprattutto riflettere il disagio interiore di un protagonista che forse ha smarrito il suo amore ed è evidentemente disilluso circa le possibilità di salvezza del genere umano. I suoi pensieri sono infatti affidati a scritte nichiliste che compaiono sullo schermo come enormi graffiti, ampliando il gioco di linee e di sovrapposizione di immagini alla base dell’intero lavoro, un prodotto quasi lisergico e in grado di esaltare al massimo il tratto del disegno come elemento fondamentale del processo creativo. Il progetto è apparentabile al fantasy G-9, di Rei Fujita dove una donna si risveglia in un luogo che non conosce e deve affrontare mostri e draghi. Il tratto nero su fondo bianco riconduce la storia alla matrice
dell’essenza Ga-nime: sebbene l’iconografia sia più direttamente apparentabile a quella di un tipico racconto manga, per la figura di Agartha (che anticipa sorprendentemente la Lilith di Luca Enoch) e il pirotecnico combattimento contro le creature fantastiche, si raggiunge una straordinaria economicità della narrazione, attraverso un montaggio serrato, artifici linguistici tipici degli anime (le linee cinetiche), ma soprattutto una esaltazione del tratto, inteso come segno su carta, che sembra letteralmente restituire, in forma animata, il concetto tipicamente orientale di “ideogramma”. Vedere Agartha che affronta il drago è vedere linee farsi concetti o, al contrario, ideogrammi che si animano e diventano l’azione che la loro rappresentazione statica normalmente dovrebbe designare. Come in un film di Coppola i ricordi (fulminei) possono essere a colori, mentre la realtà è in bianco e nero. Il risultato è straordinariamente elegante ed espressivo, al punto da rendere anche superfluo lo spiegone finale sulla vera natura della guerriera.
Infine l’esperimento forse più esaltante e originale dell’antologia H.P. Lovecraft’s The Dunwich Horror and Other Stories, dove l’immaginario del Solitario di Providence è reso attraverso l’animazione di marionette che esaltano la diversità di un mondo dominato da oscure presenze. L’artigianalità insita nell’animazione di queste figure di creta rimanda ancora una volta al processo creativo nella sua forma più materiale, e riesce ugualmente a esaltare la forza perturbante tipica del racconto horror e il senso delirante e allucinato della visione soprannaturale. Oltre a ribadire ancora una volta il cortocircuito sensoriale fra un immaginario occidentale e una narrazione che indugia in ritmi più spiccatamente orientali.
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