MANGA/ANIME – Yattaman e il ciclo Time Bokan
Sdoganati al grande pubblico dal film di Takashi Miike, i viaggiatori nel tempo della Tatsunoko sono l’emblema di una serialità che inizia a riflettere sui propri meccanismi attraverso il grimaldello della parodia e della costante dissacrazione. Storia di un ciclo avanti rispetto ai suoi tempi e capace di riflettere su fascinazione e rappresentazione, in un mix divertentissimo e composito
Forse aveva ragione Yoshiyuki Tomino quando, in Daitarn 3, compiva le sue riflessioni teoriche sui concept ripetitivi dell’animazione seriale e sbeffeggiava alcuni dei canoni fissati nella mente degli appassionati. Molti anni più tardi sarebbe arrivata la metanarrazione vera e propria, che, unendosi al citazionismo sfrenato, avrebbe dilagato con opere quali Excel Saga, che della demenzialità facevano bandiera. Ma probabilmente nessun fenomeno è equiparabile a quello del ciclo Time Bokan, di cui Yattaman è senza dubbio il più “autorevole” rappresentante.
L’intuizione geniale è in pieno stile Tatsunoko: colori sgargianti, tratto morbido, una visualità accattivante che premia innanzitutto l’occhio goloso dello spettatore, al punto che non sarebbe peregrino immaginare i robot e gli “eroi” presenti nella storia in un contesto più “serio” (basti pensare al celeberrimo King Star di Calendarman, uno dei più bei robot di sempre dell’animazione giapponese, nonostante il contesto parodistico della serie). Ma gli eroi non sono di casa, i veri protagonisti infatti sono i “cattivi”, in quello che rappresenta il primo di una serie di rovesciamenti di prospettive presenti nel ciclo.
L’idea nasce nel 1975 con la serie Time Bokan, giunta in Italia come La macchina del tempo. Il buon successo porta alla creazione di una serie gemella dopo due anni: Yattaman, che fissa in modo molto preciso gli elementi iconici del ciclo stesso. Il tema è quello dei viaggi nel tempo o in varie località del mondo, condotti spesso con lo scopo di ritrovare un tesoro (o, comunque, un elemento di potere). Mentore delle missioni è in realtà una figura che agisce nell’ombra e che si avvale di un trio di tirapiedi pasticcioni, i quali ordiscono truffe per trovare il denaro necessario a costruire i robot con cui compiere la missione, ma si vedono di volta in volta ostacolati da una squadra di eroi e rimediano sempre una implacabile sconfitta (e, come se non bastasse, alla fine vengono anche puniti dal loro mentore). Nel caso di Yattaman, quindi, avremo gli eroici Yattamen opposti ai pasticcioni dei Trio Drombo per il possesso della misteriosa Dokrostone, una pietra i cui pezzi sono dispersi in vari luoghi e che è bramata dalla “figura nell’ombra” del Dottor Dokrobei (di cui scopriremo l’identità solo nell’ultima delle 108 puntate).
Come si citava in precedenza, ciò che rende unica una serie come Yattaman o i suoi “gemelli” è la grande modernità dell’idea, che nel ribaltare gli stereotipi li ribadisce e centra in maniera perfetta gli elementi di fascinazione che essi esercitano nei confronti del pubblico: ecco dunque che i cattivi del Trio Drombo conquistano sul campo una caratura divistica che alimenta il fan-service. Le gag spesso giocano con il fascino della leader Miss Dronjo o con l’intelligenza dell’inventore Boyakki (bruttissimo ma geniale) che sembra motivato più dalla voglia di far colpo sulla sua caposquadra che dall’obbligo che lo lega al misterioso mandante.
Dall’altro versante, però, il concept permette di parodiare generi altrimenti seriosi, in una perfetta alternanza di azione e comicità. Ecco dunque che se le simpatie degli spettatori vanno ai cattivi, che nella loro stupidità risultano molto più accattivanti e sfaccettati, i buoni appaiono noiosi e monocordi e finiscono per fissarsi nella mente più che altro in virtù dei loro robot, curati nel design, vari nell’alternanza e sempre divertenti nelle loro trovate che portano alla vittoria. Come si può notare si tratta di esplicitare un meccanismo da sempre inconscio nello spettatore: quanti infatti non hanno mai fatto il tifo per lo sfortunatissimo Willy Coyote o il gatto Tom nella loro pluridecennale opposizione al Road Runner o al topo Jerry? L’umoralità terribilmente “umana” di questi personaggi è anche la chiave del loro successo e la conquista dello spettatore è affidata alla capacità di scatenare la risata più fragorosa.
Il labile confine fra autocelebrazione e dissacrazione è evidente nella regolarità degli elementi iconici, basti pensare ad esempio che il trio dei cattivi pasticcioni mantiene i doppiatori originali lungo tutte le serie. In questo modo la serie perpetua quel legame di riconoscibilità e ritualità caro ai concept seriali e permette alla storia di riflettere sul meccanismo della rappresentazione: i cattivi infatti si rivolgono a volte direttamente allo spettatore o chiamano in causa la cadenza settimanale delle avventure (che coincide con la trasmissione giapponese delle puntate), come a ribadire che in fondo si tratta di un enorme gioco, e anticipano e fanno propri molti pensieri di chi li guarda rispetto all’assurdità delle avventure.
Pertanto il momento stesso dello scontro è clownesco, robot giganti si affrontano attraverso piccole macchine che producono nelle loro fabbriche interne, e spesso la vittoria dei buoni è dovuta più alla stupidità dei rivali che al loro reale merito. Ma tutto questo non deve far pensare a un fatuo spettacolo di comicità: sottotraccia, infatti, le serie raccontano della frustrazione dei cattivi e del dovere di preservare e aiutare le persone in difficoltà caro ai buoni, in una rara capacità di lavorare sulle sfumature che fa invidia anche ai prodotti più “seri”. Nei casi più virtuosi emerge anche un intento quasi didattico, come nella serie de I predatori del tempo, in cui gli eroi Salvastoria devono impedire che i Predatori eponimi alterino il continuum spazio-temporale: una buona occasione per ripassare anche alcuni eventi sepolti nel nostro patrimonio comune.
In Italia alcune delle saghe che compongono il ciclo sono rimaste inedite, compreso il remake di Yattaman realizzato nel 2008. L’idea di tornare sui personaggi del 1977 naturalmente favorisce operazioni autocelebrative come quella che vede il Trio Drombo intonare il loro celebre brano “Tensai Doronbo” in uno studio di registrazione, visibile nel video qui sotto. Per una volta la scena è tutta dei cattivi!
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