SOL LEVANTE - Devilman
L'antieroe più celebre di Go Nagai è il catalizzatore di una storia viscerale, appassionante e politica, quanto mai attuale nella nostra epoca. Ripercorriamo la sua saga, addentrandoci fra le varie incarnazioni, cartacee e animate. Con l'anteprima dell'ultimo film "Amon - L'apocalisse di Devilman"
AMON - L'APOCALISSE DI DEVILMAN
di Davide Di Giorgio
Il personaggio di Devilman è noto al pubblico italiano soprattutto per l'omonima serie televisiva realizzata nel 1972 e proposta dalle emittenti italiane nei primi anni Ottanta: costruita a misura di un pubblico infantile, questa serie disperde però la cifra mitica e la potenza apocalittica del fumetto originario di Go Nagai (realizzato nello stesso anno), per ricondurre la vicenda del protagonista a una serie di scontri secondo il modello supereroistico che di lì a poco avrebbe dominato l'immaginario televisivo grazie ai più celebri robot come Mazinga e Goldrake (peraltro inventati sempre da Nagai).
Considerando la difficoltà che si può trovare nel reperire il manga (le varie edizioni infatti spariscono dagli scaffali delle fumetterie in maniera davvero impressionante), possono allora giungere utili, se si intende approfondire la tematica dell'autore, i due film realizzati per il mercato del video e disponibili nel catalogo della Dynamic Italia, Devilman: la nascita (anche noto come La genesi) e Devilman: l'Arpia Silen.
Con un'animazione molto spettacolare (in controtendenza al tratto stilizzato e quasi espressionista del fumetto), ma con molta aderenza al dettato originario, questi due OAV ripercorrono la prima parte della storia, mostrandoci come Devilman non sia il gigante verde che rinnega la sua stirpe per salvare l'umanità dopo essersi innamorato della giovane Miki Makimura (come avviene nella serie del 1972); viceversa l'affresco nel quale si immerge l'esperienza dell'Uomo Diavolo è molto più ampio: per fronteggiare il risveglio dei demoni che minacciano di distruggere il nostro mondo, il giovane Akira Fudo deve fondersi con uno di essi, Amon, e diventare un Devilman. Dal momento che Akira è un puro di cuore, riesce a soggiogare la mente del demone per utilizzarne esclusivamente i poteri, senza disperdere la propria umanità.
Il grande successo dei due OAV ha portato molti fans a invocare un terzo film che trasponesse in animazione anche la parte conclusiva del manga (invero assai corposa e complessa, forse troppo densa per un solo ulteriore capitolo). Per questo un film come Amon - L'apocalisse di Devilman, realizzato da Kenishi Takeshira nel 2000, è stato subito acclamato come il terzo e ultimo OAV della serie. Non è così: questo film (della durata di 70 minuti) racconta infatti una storia originale, seppur inserita nella continuity narrativa tracciata da Nagai nel suo fumetto e, anzi, presuppone che lo spettatore conosca gli avvenimenti completi della storia per capire bene i riferimenti a situazioni e personaggi che compaiono nella controparte cartacea.
La storia si situa nel momento in cui l'umanità scopre la doppia natura di Akira/Devilman. Il contesto a sua volta vede Akira alla guida di un esercito di Devilman impegnati a combattere i demoni presenti sul nostro mondo sotto sembianze umane; e al contempo squadre di umani resi folli dal sospetto nei confronti del prossimo che perciò si macchiano di spietati atti di violenza sommaria instaurando un nuovo periodo di caccia alle streghe.
Reso folle dall'uccisione di Miki da parte di una di queste "squadre della morte", Akira permette al suo alter ego demoniaco, Amon, di risorgere fuoriuscendo dal suo corpo. Per poter continuare la sua missione, Akira deve perciò affrontare quel demone di cui aveva sino a quel momento sfruttato i poteri. Operazione che presuppone la forza necessaria a battere il potente nemico, ma anche la fermezza d'animo utile a scacciare dal proprio cuore l'odio e il rancore per l'umanità che lo hanno reso debole.
Come sempre in Nagai, il tema della missione si sposa a quello della consapevolezza del proprio agire in nome di una causa che, per quanti ostacoli possa trovare, deve restare ferma nel cuore e nella mente. Altrimenti il potere di cui si dispone rischia di tradursi in una sistematica opera di distruzione. Un flagello forse anche comprensibile se compiuto contro una razza umana che sembra aver perduto la testa piegandosi all'istintualità più barbarica: ma ingiustificata in nome di quel principio d'amore che muove sempre questi eroi e che può elevarli a guida di quella stessa gente che ha saputo ripudiarli. Nagai dimostra così una spiccata propensione per l'esplorazione dei lati oscuri dell'animo umano e una fascinazione per disegni mitici in cui si concretizzano creature ancestrali che riproducono la complessità dell'animo umano e della realtà. Un discorso, dunque, ancora una volta nel merito dei principi che devono guidare la mano e il cuore e che, come sovente accade con queste opere, si rivela attuale, immersi come siamo nell'epoca delle guerre sante compiute in nome del fondamentalismo disumano e dell'avidità mascherata da realpolitik.
Il film di Takeshita non sembra comunque aver compiaciuto i fans: colpa certamente imputabile a una storia che, seppur godibile e profonda, non aggiunge nulla alle tavole del fumetto di Nagai, trattandosi, né più né meno, di una semplice "variazione sul tema". Parimenti va ascritto a demerito del cartoon uno stile visivo non troppo accattivante, con personaggi graficamente standardizzati e coreografie dei combattimenti fra demoni spesso ossequiose dell'estetica "picchiaduro" mutuata dagli omonimi videogames. Di meritorio c'è sicuramente la corposità del tratto che ripudia gli inserti in computer grafica (ormai imperanti dappertutto) per mantenere la visceralità tipica delle opere di Nagai; inoltre risultano interessanti la crudezza di alcune situazioni (Amon che divora avidamente la carni del piccolo Yumi, amico di Akira) e alcune invenzioni deliranti (i demoni che, combattendo, si tirano addosso le carrozze di un treno), oltreché la capacità di riuscire a mediare fra gli aspetti intimistici della storia e quelli più squisitamente splatter e spettacolari.
Un equilibrio che restituisce una forte cifra nagaiana all'insieme e lo rende perciò degno di un posto nel grande mosaico che compone la saga di Devilman.
DEVILMAN, IL MANGA: Catarsi di una Apocalisse annunciata.
di Davide Tarò
Il cancello che avrebbe mutato il mio destino, tutti i sogni sul mio brillante futuro. Quel cancello si aprì con un suono che sembrava significare sventura
Potrebbe apparire curioso, ma l'Uomo Diavolo diventato così famoso nel ventennio successivo alla sua prima pubblicazione, deve i suoi natali ai dirigenti dello studio d'animazione Toei Doga, che, nel 1972, vennero letteralmente affascinati dal vero e proprio "progenitore" di Devilman, Mao Dante, il re-demone, serializzato qualche anno prima, ma mai terminato da Go Nagai (nel nostro paese è stato pubblicato da Granata Press e Dynamic Italia). I dirigenti convinsero Nagai a creare un personaggio più "appetibile" per il grande pubblico, e l'autore non si fece pregare, dando alla luce qualcosa di strano ed essenziale. Qualcosa di una così perfetta e lucida "purezza", concettuale, artistica, e tecnica, come non riuscirà più (nel bene e nel male) ad arrivare. Devilman, l'Uomo Diavolo, stava nascendo.
Inutile nascondere, visto che non lo fece neanche l'autore, una delle maggiori fonti di ispirazione di Devilman: la Divina Commedia di Dante, illustrata da Gustave Doré, una edizione rarissima, (soprattutto per il lontano Giappone), che influenzò visivamente ed in particolare "anatomicamente" lo stile di Nagai. Linearità, sinteticità, immediatezza quasi "espressionista", ed una tensione narrativa di calibrato effetto, rendono quest'opera fumettistica (questa opera di narrativa disegnata), tra le più belle, profonde e rappresentative del manga e del fumetto mondiale di tutti i tempi (in Italia è stata pubblicata anch'essa da Granata Press e Dynamic). Il tratto di Nagai, semplice e funzionale alla trama, alla ruvida sceneggiatura e, soprattutto, al contesto della storia ed all'"etica" dell'opera, lasciò sull'inconscio fumettistico mondiale la sua indelebile impronta, scivolando verso il lucidissimo finale con calcolata misura, tavola dopo tavola (come Osamu Tezuka, Leiji Matsumoto, Will Eisner, Winsor McCay e Shotaro Ishimori insegnarono ed insegnano tutt'oggi), in una lettura allo stesso tempo scorrevole e "naturale", ma non scevra di significato.
Non si lascino ingannare gli amanti del buon fumetto, magari europeo, dal tratto apparentemente non curato ed esteticamente "brutto" di Nagai: la forma crea il suo contenuto, soprattutto in vignette "trasbordanti" la linea di demarcazione, al fine di rappresentare con più efficacia un "essere qui ed adesso" di concezione prettamente orientale. O in sequenze particolarmente raffinate, rappresentate con "acida" linearità, ma soprattutto con quella acuta sinteticità che, come avevano capito in arte figurativa, porta alla "essenza" delle cose - come un Charles M. Schulz con i suoi poetici e "lineari" Peanuts aveva perfettamente messo in pratica.
E allo stesso modo questa opera lucida, travagliata ed iconoclastica giunge all'essenza. Con tavole veloci ed essenziali nei loro tratti quasi abbozzati, ci conduce, nella sua parte finale, ad una etica, incredibile dissoluzione, ad una apocalisse-rivelazione preannunciata (dal personaggio di Akira che parla direttamente a noi pubblico, indicandoci con dito accusatore), ad una guerra tra razze (uomini e demoni) tanto stupida quanto "innaturale", visto che, come sembra dirci l'autore, di stupidità, pregiudizi ed ignoranza l'universo è pieno. E ci lascia in qualche modo, oltre che un messaggio "politico", soprattutto universalmente "etico". Eppure la visione di Nagai non è focalizzata esclusivamente sugli errori della razza umana, ce ne accorgiamo in fondo troppo tardi, come i personaggi dell'opera; l'unica speranza in effetti sembrava essere la figura del "Devilman", mezzo demone e mezzo uomo, fusi nella stessa creatura: poteva essere la naturale sintesi di una convivenza utile a evitare una guerra tanto stupida quanto inutile, ma nessuna delle due fazioni, colpevolmente, ci aveva davvero fatto caso.
Non prendiamoci in giro, solo un autore orientale, sfacciato, goliardico, lucido, e "popolare" (nel senso di origini e modo di essere) come Nagai poteva dare "torto" al Dio di antica memoria cristiana (che scaccia e perseguita i demoni, sue creature malriuscite) ed a Satana contemporaneamente (che commette lo stesso errore cercando di falcidiare gli uomini), facendoli inoltre scontrare in un'apocalisse demoniaca, barbara perché inutile, sognata come in un incubo dal più visionario dei Doré. Una convivenza deve allora essere possibile? Sta a noi in fondo la scelta, ma tutti sono destinati a ripetere gli stessi errori di chi li ha preceduti: è una implacabile legge di natura, sembra ricordarci Nagai tra le nerissime ombre in china di questa sua fatidica opera.
Morite tutti maledetti umani!!!!
Akira/Devilman
(22 aprile 2003)
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