CANNES 55 – “Kedma” di Amos Gitai
il racconto di un viaggio (della nave che porta gli apolidi ebrei dall‘Europa verso la Palestina nel 1948) nei suoi strati di totale deambulazione, il sogno di un approdo lontano vissuto nelle continue, devastanti deviazioni di percorso. Un’opera immensa, che fa tornare ai più alti livelli il cinema dell’energico, teorico filmaker israeliano
Kedma è il nome della nave che porta gli apolidi ebrei dall ‘Europa verso la Palestina nel 1948, qualche giorno prima che lo stato d’Israele venga fondato da Ben Gurion. “Kedma” è il titolo del nuovo film di Amos Gitai, in concorso a Cannes 2002. Un’opera immensa, che fa tornare ai più alti livelli il cinema dell’energico, teorico filmaker d’origine israeliana. Un’opera, questa, che sta in commovente sovrimpressione con “Kippur”. La stessa necessità di tracciare solchi nel corpo della terra, della Storia, delle persone in un cammino che è continuo avanzare e fermarsi, sostare e ‘girare intorno’ per riprendere poi ad avanzare. Verso un punto, dentro le inquadrature e fuori da esse, paludoso e (im)mobile.
“Kedma” è il racconto di un viaggio nei suoi strati di totale deambulazione, il sogno di un approdo lontano vissuto nelle continue, devastanti deviazioni di percorso. Come in “Kippur”, ma non solo, il ‘viavai’ costante all’interno delle inquadrature, la moltiplicazione dei piani di visione e ascolto (si pensi all’uso dei rumori, a partire da quello iniziale dei motori della nave), la concitazione e i silenzi assumono valore semantico. Dalla nave, terra senza terra avvolta dall’acqua del mare, e ‘prima’ ancora dalle spalle nude di una giovane donna, che sono già un preciso non-luogo, fino alle sponde di una terra arida, desertica e dura da penetrare con la fatica del (non) procedere.
Gitai torna a dare la vertigine, dopo la parentesi ‘sfocata’ di “Eden”. Una vertigine fisica e mentale, che apre voragini, cosi’ come fanno le bombe sulla terra, inondandola di vapori nebbiosi, lacerandola, inondata e colpita anche - la terra - dalla pioggia e dal pesante procedere degli uomini e delle macchine. E dalle imprecazioni laiche/religiose di un vecchio arabo e di un ebreo che urlano la disperazione senza tempo. Due popoli in campo/fuoricampo, che tracciano linee separate e vicine negli spazi di una stessa inquadratura, che si sfiorano e convergono/divergono, verso opposti fuori campi. Campi - teorici/politici - che possono essere costituiti dalla terra, dall’acqua e da quel cielo sul quale un gruppo di uccelli in volo e transito traccia altre/identiche linee di spostamenti.
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