CANNES 55 – Ritratti al femminile

Guédiguian, la Liénard e Abu-Assad: tre esempi diversi di guardare le donne. Ma nessuna delle opere riesce in pieno a coinvolgere. I luoghi, spesso troppo descritti, prevalgono eccessivamente sui loro itinerari esistenziali

Mentre la “caccia al terrorista” (con abituale apertura di borsa e perquisizione al metal detector ogni volta che si entra in sala) continua, sono passati in concorso “Marie-Jo et ses deux amours” di Guédiguian e “L’ora di religione” di Bellocchio. Dell’opera italiana si è già parlato approfonditamente Il film di Guédiguian mette in scena la “guerra dei sentimenti” in un’opera sempre ambientata a Marsiglia dove sono protagonisti gli attori tipici del suo cinema (Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan) Protagonista è Marie-Jo, un’infermiera divisa tra l’amore per il marito Daniel e l’amante Marco. “Marie-Jo et ses deux amours” spinge al limite quel sentimento tragico proprio del cineasta francese che aveva raggiunto i suoi risultati migliori in “Al posto del cuore”. Il luogo, reso quasi fisico nel suo malato calore dalla fotografia di Renato Berta, ha una funzione determinante sui personaggi: set che si ripetono, squarci voyeuristici in cui Daniel scopre il tradimento della moglie. Si ha sempre l’impressione che Guédiguian, soprattutto stavolta, stia sempre per raggiungere quell’equilibrio che però alla fine si rompe sempre. Se da una parte dirigere gli stessi attori sembra aver messo a punto un sistema percettivo grazie al quale i suoi personaggi appaiono subito immediati, dall’altra parte però sembra che il cineasta sia troppo innamorato della sua storia, dei suoi protagonisti. Il suo sguardo è troppo attaccato alla loro vita. Il nostro ne resta sempre un po’ più distante.
Per la sezione “Un certain regard” è stato invece proiettato “Une parte du ciel” della trentasettenne regista belga Bénédicte Liénard. Esempio di cinema claustrofobico, di luoghi che chiude i corpi dentro precise traiettorie perimetrali. Il carcere da una parte, dove vive Joanna assieme ad altre detenute; una fabbrica di dolciumi dall’altra in cui lavorano Claudine e le sue colleghe. La Liénard gioca sul naturalismo dei corpi e quello di un elemento, come il cielo grigio che sembra sovrastare sempre la storia. L’opera però resta ripetitiva nel ripetersi del suo freddo formalismo (le camminate delle detenute e delle poliziotte nei corridoi, i viaggi in metropolitana di Joanna) annunciando i segni di una protesta corale della donna contro la condizione in cui vive che però appare spesso repressa o appena visibile in ambigui incroci di sguardi.
La “Semaine de la Critique” si è invece aperta con “Rana’s Wedding” del palestinese Hany Abu-Assad, vicenda incentrata su una giornata di Rana, una giovane palestinese che per restare nel luogo dove ama vivere deve trovare marito. In caso contrario, dovrà accompagnare il padre in Egitto e proseguire i suoi studi. L’opera resta continuamente sospesa tra rappresentazione della vita e rappresentazione del teatro. Le strade di Gerusalemme, spesso libre, vengono attraversate quasi dalla protagonista che appare come un corpo senza ombra, che non lascia tracce del proprio passaggio, che non cattura mai minimamente nei pellegrinaggi di una Gerusalemme spesso soffocato dallo sguardo di Abu-Assad in cui il racconto prevale sempre su quei tocchi di “realismo magico” che in parte sembrava anche annunciare.
Tra i film previsti della giornata: "All or Nothing" di Leigh e "24 Hour Party People" di Winterbottom e "O principio da incerteza" di De Oliveira in concorso¸ "Japon" del messicano Reygadas e "Une pure coincidence" di Goupil per la "Quinzaine des relisateurs" e "Terra incognita" di Salhab e "Carnage" della Gleize per "Un certain regard".
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