CANNES 55 – Tra il cinema inglese e De Oliveira irrompe il cartoon della Dreamworks "Spirit: Stallion of the Cimarron”

Oltre ai film in concorso, deludono il francese Goupil e il messicano Reygadas alla “Quinzaine” mentre attrae l’ingenua sincerità del coreano “Too Young to Die”

Giornata abbastanza movimentata per il concorso. Mentre in conferenza stampa Marco Bellocchio si è lamentato per la condizione d’isolamento (soprattutto da parte della Rai) in cui e’ stata relegata la sua pellicola, sono stati proiettati in competizione gli inglesi “All or Nothing” di Mike Leigh (di cui parliamo a parte), “24 Hour Party People” di Michael Winterbottom e “O principio da incerteza” di Manoel de Oliveira. “24 Hour Party People”, ripercorre la scena musicale inglese dalla metà degli anni ’70 agli anni ’80 attraverso la figura di Tony Wilson, figura polivalente, presentatore di popolari trasmissioni televisive (come “So It Goes”) e tra i proprietari della Factory Records. Con il consueto stile sospeso tra documentario sociale e uno immagini videoclip, “24 Hour Party People” si ciba della sua falsità, di una manipolazione programmatica attraverso colori ipersaturi, giochi di scritte sull’immagini, corpo e voce ingombranti del protagonista. Si pensa spesso a Winterbottom come cineasta poliedrico in grado di passare dalla commedia, al film storico a quello sociale. In realtà dentro quest’opera è presente un atteggiamento ignobile in grado di distrurre icone musicali come i Sex Pistols (riguardare il film di Julian Temple per ritrovare vera passione nei confronti del gruppo) e soprattutto Ian Curtis, giovane musicista suicidatosi a 24 anni. Winterbottom, senza nessun rispetto lo mostra inquadrato ai piedi e alle gambe mentre si è impiccato, un po’ come i bambini di “Jude”. “Principio da incerteza” di De Oliveira rappresenta all’opposto il segno di un cineasta che ha fatto della propria forma elemento riconoscibilissimo, che trasforma il romanzo da cui è tratto (“Joia de familia” di Agustina Bessa-Luis) in un thriller popolato da corpi che si muovono come ombre, un po’ come era già avvenuto in “La valle del peccato”. Nelle inquadrature spesso ferme, nella luce che penetra impercettibilmente spesso ai limiti della diegesi, De Oliveira alimenta una nascosta tensione sempre con straordinaria semplicità. La vera sorpresa è pero’ da considerare il cartoon della Dreamworks “Spirit: Stallion of the Cimarron” di Kelly Asbury e Lorna Cook, che, dopo “Shrek” dello scorso anno, è già il secondo cartone animato presentato in concorso alla Croisette. Nel disegno limpido, anche grazie al digitale, nella cura nel definire gli elementi naturali (la terra e l’acqua prima dei personaggi), il cartoon si incentra sull’itinerario esistenziale di uno stallone, dalla sua nascita alla sua crescita. Travolge il ritmo di “Spirit: Stallion of the Cimarron” con le musiche da film d’azione di Hans Zimmer ma anche con le melodie delle canzoni di Bryan Adams. Un musical-western-cartoon di forte e coinvolgente impatto, con quelle tematiche dell’amicizia, del senso dell’onore (la solidarietà tra cavalli, l’amicizia dello stallone con un cavallo e con un’aquila), con la forte presenza della Monumental Valley, che ne danno un rilevante respiro epico.
Per la “Quinzaine des realisateurs” hanno invece alquanto deluso “Japon” del messicano Carlos Reygadas e “Une pure coincidence” di Romain Goupil. “Japon” si porta addosso tutto un senso di disfacimento e di morte. Un uomo, disilluso dalla vita, si reca fino a un villaggio isolato del Messico per poter esaudire il suo desiderio di morte. Reygadas si attacca con la macchina da presa al corpo del suo personaggio anche se non sembra guardarlo mai. Si ha invece la sensazione di un esibizione di un talento visivo (come nella sequenza finale dell’inquadratura delle rotaie) che ancora non sembra esistere, nell’alternanza di una crudezza e di un lirismo che non attirano ma piuttosto irritano. “Une pure coincidence” appare invece come la combinazione di un film privato (le inquadrature con la macchina a mano che coinvolgono amici di vecchia data e all’interno della famiglia) con una dimensione sociale (i protagonisti che guardano, con la loro macchina da presa, un ufficio di cambio parigino dove vengono raccolti i fondi dei clandestini. Nell’opera di Goupil si respira la presunzione di un respiro politico datato, ma anche un’esibizione dei propri affetti e quel senso di improvvisazione totale dietro il quale si nasconde sempre il disegno di una messinscena sempre troppo precisa.
Infine per la “Semaine de la Critique”, è stato proiettato “Too Young to Die” del coreano Jin Pyo Park, racconto di una storia d’amore tra due ultrasettantenni. Attori non professionisti che si spogliano davanti la macchina da presa per portare in scena le proprie vite, set spogliato di ogni forma di décor per mantenere l’essenzialità di luoghi non manipolati. Per certi versi si tratta quasi di un documentario familiare capace di entrare davvero nel privato della vita delle due persone: un atto sessuale inquadrato per alcuni minuti, una litigata causata dalla prolungata assenza della donna (uscita di casa per frequentare alcune sue amiche). Forse un cinema ingenuo nel suo impatto, ma comunque sincero.
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