CANNES 55 – "Ararat" di Atom Egoyan (Fuori concorso)
Egoyan, dopo l’infelice parentesi di “Il viaggio di Felicia”, torna al suo cinema più vero e a quella sua grazia ipnotica capace di lasciare addosso sempre quell’impotenza di penetrare nei sentimenti altrui e di lasciare sospesi sempre attraverso la storia.
Torna sui luoghi delle origini armene il cinema di Atom Egoyan. Dopo “Calendar”, opera realizzata nel 1993, il cineasta canadese rivede la Storia del proprio paese attraverso un’elaborazione dell’immagine che sembra costituire da sempre una cifra riconoscibile di Egoyan. Se nelle opere precedenti questa era costituita essenzialmente da filmati video, stavolta è la fotografia di una madre con un figlio e il relativo dipinto che animano una vicenda che si dirige alla ricerca delle origini del proprio popolo: l’evento di un genocidio causato dall’esercito turco in cui hanno perso la vita un milione e mezzo di persone, di cui 600.000 armeni. Ciò avvenne nel 1915, nelle provincie orientali dell’Impero Ottomano. Il tema ha suscitato forti polemiche soprattutto presso le autorità turche che si sono scagliate contro il progetto sin dall’inizio. Forse è stata questa la ragione per cui il film è stato presentato fuori-concorso. Diverse vicende e personaggi s’intersecano: il contrastato rapporto di Ani madre con un figlio e soprattutto con la sua ragazza (questa ritiene Ani responsabile del suicidio di suo padre); un regista che gira il film della sua vita (quello appunto ricostruito del massacro perpetuato ad opera dei turchi sugli armeni nel 1915): un’attore che interpretando un “cattivo” rivede la storia del proprio paese. Opera sulla disperata ricerca e sull’assenza dei padri, sui cortocircuiti nella comunicazione spesso frammentata dei protagonisti, su un simbolo (il monte Ararat) che lega personaggi diversi, costruita su lunghi flashback, su una forza emozionale dirompente in cui Egoyan sa come sospendere quel senso di disperazione e quella ricerca di identità attraverso dialoghi lunghi, esigenza di parlare di se stessi e della propria storia. L’immagine del figlio di Ani fermato da un funzionario della dogana per controllare delle bobine che provengono dall’Armenia costituiscono una scena rivelatrice. In quella stanza buia (oscura come la sala cinematografica), sembra proiettarsi un’altro film, un’altra storia filmata parallela che non è né quella di Egoyan né quella del film ricostruito. In un cast ricchissimo in cui figurano alcuni attori propri del cinema di Egoyan (dalla moglie Arsinée Khanjian a Elias Koteas) con altri come Charles Aznavour (assente da lungo tempo sul grande schermo), Christopher Plummer e Bruce Greenwood, il cineasta canadese, dopo l’infelice parentesi di “Il viaggio di Felicia”, torna al suo cinema più vero e a quella sua grazia ipnotica capace di lasciare addosso sempre quell’impotenza di penetrare nei sentimenti altrui e di lasciare sospesi sempre attraverso e mai dentro la storia.
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