CANNES 55 – La terra di transito del palestinese Suleiman e quella movimentata dell’iraniano Kiarostami

Colpisce la lucida follia di “Yadon Ilaheyya” mentre lascia perplessi “Ten”. Sissako, con “Heremakono” (nella sezione “Un certain regard”) si conferma autentico cineasta della materia. Evento speciale: “Playtime” di Jacques Tati

Il conflitto palestinese-israeliano di “Yadon Ilaheyya” del palestinese Elia Suleiman e quello turco-armeno di “Ararat” di Atom Egoyan. Il primo film in concorso, l’altro fuori-conocorso. Due modi diversi di affrontare la guerra, spesso vista da un’angolazione privata. Colpisce la “fredda lucidità” di Suleiman, cineasta che si era già rivelato nel 1996 con “Chronicle of a disappearance”, con cui racchiude dentro Nazareth quella consapevole follia di molti dei suoi abitanti, quasi un’estremizzazione di una comicità dell’assurdo. Il set per Suleiman diventa luogo provvisorio di transito, attraversato anche da una storia d’amore tra un palestinese che vive a Gerusalemme e un’altra che vive a Ramallah. Segni di violenza repressa mascherata da un cinismo quasi divertito, in cui il tragico si disperde in un’affascinante non-sense. Sempre nella competizione ufficiale, ha lasciato piuttosto perplessi “Ten” dell’iraniano Abbas Kiarostami. Dieci momenti della vita di una giovane donna inquadrata sempre alla guida di un’automobile che parla sempre con differenti personaggi: dal rapporto contrastato con il figlio, ai dialoghi con un’amica, una donna giovane e una anziana in visita al Mausoleo, una prostituta. La macchina da presa del cineasta iraniano inquadra sempre un personaggio, mentre dell’altro si sente la voce fuori-campo. Stesse angolazioni di inquadratura, stessi stacchi nel controcampo. La vita è pressocché racchiusa all’interno di un’automobile nei cui movimenti le emozioni difficilmente arrivano direttamente. Sembra disperdersi anche quel consapevole lavoro sul suono che da sempre ha costituito la forza del cineasta iraniano. Di biancori improvvisi, della materia del deserto, di oggetti che si moltiplicano attraverso effetti di obiettivo si anima invece il riuscito “Heremakono” di Abderrahmane Sissako presentato per la sezione “Un certain regard”. In un’ambiente dalle tradizioni esistenziali secolari in cui il quotidiano sembra ripetersi, l’opera di Sissako vive di racconti orali, di linguaggi che si moltiplicano, di un universo da penetrare in cui c’è coincidenza tra lo sguardo dello spettatore e quello di Abdallah, un giovane uomo tornato nel paese natale per trovare la madre e che al tempo stesso cerca di ambientarsi nell’universo che lo circonda.
Come evento speciale, da riscoprire totalmente “Playtime” di Jacques Tati, presentato in versione restaurata, opera che all’epoca della sua uscita fu un totale insuccesso: venne infatti girata in 70 mm ma in Francia c’erano pochi cinema in grado di proiettarla; si fece poi ricostruire tutta la città in uno studio, con la magniloquenza di Stroheim in “Femmine folli”. Comicità astratta e di incredibile modernità quella di Tati, con il suo corpo mai al centro della gag ma che si confonde tra gli altri personaggi, con un uso del suono (la scena del soffio dei cuscini in una sala d’aspetto) che diventa primario elemento comico senza arrivare alla compiutezza verbale. Come “Alphaville” di Godard quello di “Playtime” è ancora cinema futuristico, sempre “fuori dal tempo”.
Tra la giornata di oggi e quella di domani saranno presentati “Spider” di Cronenberg e “Sweet Sixteen” e “Russian Ark” di Sokurov in concorso, “El bonaerense” di Taprero e “Rachida” di Bachir per “Un certain regard”. Come evento speciale, “La dernière lettre” di Wiseman. Per la “Quinzaine” invece, “L’imbalsamatore” di Garrone e “Blue Gate Crossing” del taiwanese Chih-yen Yee.


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