CANNES 55 – Il diario esistenziale di « Sweet Sixteen » di Loach e il cinema pornografico di « La chatte a deux têtes” di Nolot

Convincono le due opere italiane nelle sezioni minori: “Respiro” di Crialese per la Semaine de la Critique e “L’imbalsamatore” di Garrone per la “Quinzaine”

Serata mondana ieri a Cannes dove erano presenti, tra gli altri, Martin Scorsese, Leonardo Di Caprio e Cameron Diaz per presentare i “20 minuti” di “Gangs of New York”. Non si tratta di un estratto di film ma di spezzoni scelti. Quasi un trailer lungo. Resta oscuro il senso di questa operazione promozionale. In competizione, “Spider” di David Cronenberg e “Sweet Sixteen” di Ken Loach, diario esistenziale di Liam, un ragazzo sbandato che deve ancora compiere 16 anni, che attende l’uscita della madre dal carcere. Sogna una vita migliore, una famiglia riunita (senza il patrigno e il nonno e con la sorella Chantelle) ed entra in un giro di affare dove è il protetto di un potente boss locale. Vicenda di un’utopia, di una redenzione perenne e di un’aspirazione al riscatto proprio del cinema del cineasta inglese. L’opera forse è più libera dei suoi recenti film (da “My Name Is Joe” a “The Navigators”) ed è presente anche un’adesione sincera ai suoi giovani protagonisti, soprattutto in un’opera dove il suo discorso politico-sociale è meno esplicito. Malgrado ciò però, “Sweet Sixteen” è al tempo stesso un’opera difficilmente difendibile. Squarci di un “Free Cinema” dove però gli interni restano occlusi, slanci quasi truffautiani in una versione alla “Gli anni in tasca” (con protagonisti un po’ più cresciuti) e un finale tipo “I 400 colpi” con Liam da solo sulla spiaggia. Francamente la debolezza del cinema di Loach che sembra essersi smascherata soprattutto da “La canzone di Carla” non ha bisogno di ricorrere a questi mezzucci per essere nascosta. Ogni piano appare sempre di troppo mai necessario. L’amica di Chantelle, inquadrata più volte, sembra essere sempre al limite della storia, ma, malgrado insistiti primi piani, non ci entra mai dentro. Così come il patrigno e il nonno di Liam, personaggi che sembrano quasi utilizzati per mostrare scene di violenza fisica che confermano, ancora una volta, uno sguardo che vuole mettere in scena troppo rispetto al suo limitato raggio d’azione. Sorprendono invece due opere italiane: “Respiro” di Emanuele Crialese, presentato nella “Semaine de la Critique” e “L’imbalsamatore” di Matteo Garrone per la “Quinzaine”. “Respiro” ambientato nell’isola di Lampedusa, porta in scena un’energica fisicità e un malato eroismo incarnato da una grande Valeria Golino. Crialese, cineasta diplomatosi alla Tish School of the Arts (New York University), intrappola dentro il ristretto spazio una luce quasi fredda, che non sembra mai mutare le proprie emanazioni di calore quasi come in “L’avventura” di Antonioni, portando in scena pulsioni represse, slanci e tragedie, con un paesaggio che respira sempre accanto ai personaggi. “L’imbalsamatore” è invece opera di un impossibile rapporto a tre. Quello di Peppino, un uomo troppo basso, ossia “l’imbalsamatore”. Quello di Valerio, il suo assistente. Quello di Deborah, una ragazza conosciuta casualmente da Valerio a Cremona che mette in crisi il suo rapporto tra lui e Peppino. Garrone riesce a dare forza a una storia ancora di “insconsci emarginati”, nel quadro di una periferia urbana sempre molto presente. È un “realismo tragico” quello del film di Garrone, che si accentua nelle oscurità notturne in cui i personaggi vengono nascosti dall’assenza della luce e dove il cineasta italiano può evocare ambiguità nascoste senza avere il bisogno di mostrarle. Soltanto in certi momenti c’è il sospetto di un compiaciuto estetismo decadente, come nella scena in cui Peppino appare la reincarnazione del nano di “Morte a Venezia” e dove Garrone tiene i due personaggi maschili in una stanza con giochi di luci e specchi.
Per “Un certain regard” è stato proiettato “La chatte a deux têtes” del francese Jacques Nolot, giornata all’interno di un cinema porno eterosessuale dove si incrociano le vicende e le seduzioni tra una cassiera, un giovane proiezionista e un uomo di circa 50 anni. L’idea appare molto più attraente del risultato effettivo. Quel senso di malinconia annunciato nella sala, quell’anticipazione di una memoria privata di ogni singolo personaggio, viene accennata ma mai estesa. Ma al tempo stesso anche gli stessi atti sessuali, i travestimenti, hanno una funzione più decorativa che fisica.
Tra oggi e domani sono previsti: “About Schmidt” di Payne e “Mies vailla menneisyytta” per il concorso; “Yazgi” di Demirkubuz, “Avazhaye sarzamine madariyam” di Ghobadi e “Tomorrow la Scala!” per “Un certain regard”; “Apartament 5C” di Nadjari e “Bibo Breviarium” di Forgas per la “Quinzaine des realisateurs”.


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