CANNES 55 – L’immobilità noir di Kaurismäki e il viaggio dentro/oltre il tempo di Sokurov
Presentati anche il pretenzioso algerino “Rachida” per “Un certain regard” e il tribale “Kabala” del regista del Mali Kouyaté per la “Semaine de la critique”
Non escono ancora indiscrezioni sui possibili Palmares. Del resto in competizione devono essere ancora proiettati i film dei Dardenne, di Polanski, del cinese Ja Zhangke, oltre i francesi Gaspard Noé e Nicole Garcia. Ancora tutto in gioco, anche se nella giornata sono passati tre film significativi (per motivi diversi) del concorso: “Mies vailla menneisyyttä” (L’uomo senza passato) di Aki Kaurismäki, “About Schmidt” dello statunitense Alexander Payne e “Russian Ark” del russo Alexandre Sokurov.L’opera di Kaurismäki richiama la consueta cinefilia del cineasta nell’elaborazione di un film che sembra rifarsi al cinema classico hollywoodiano nell’elaborazione di un atipico noir. Un uomo arriva in città con un treno, viene rapinato e malmenato da tre teppisti del posto, e assistito da una famiglia durante la sua convalescenza. Una volta guarito, il grosso problema è quello di aver perso la sua identità: non si ricorda più chi è né come si chiama. Il protagonista con il volto fasciato appare quasi una reincarnazione dell’uomo invisibile, inserito però in quel contesto spaziale tipico del cineasta finlandese (la città come terreno di dis/orientamento) in cui il suo corpo appare un pretesto per accentuare quell’umorismo tragico proprio di Kaurismäki: personaggi spesso sospesi nel vuoto, racchiusi in piani lineari, quasi fissi, nei consueti movimenti rallentati che sembrano privarli momentaneamente di ossigeno. Rispetto al deludente “Juha” è fortunatamente assente quel narcisismo dove ogni piano appare come una ripetuta esibizione di stile. È però anche assente quel folle delirio del suo cinema a cavallo tra gli anni ’80 e l’inizio dei ’90 e quella “magia fantastica” di “Nuvole in viaggio”, rimpiazzati da una nuova religiosità (la presenza di una Grazia quasi felliniana) che desta più sospetti che consensi. “Russian Ark” di Aleksander Sokurov appare invece come l’estremizzazione dello “smarrimento dello sguardo”. Il film rappresenta un’autentico viaggio nel tempo all’interno del set limitato del museo dell’Hermitage di San Pietroburgo. Un cineasta, invisibile, si ritrova per magia dentro questo luogo all’inizio del XVII secolo e, attraverso la figura di un marchese (suo doppio, oppure essenziale figura intermedia tra l’obiettivo della sua macchina da presa e il mondo che gli attraversa davanti), vede materializzarsi Pietro il Grande, Caterina di Russia, la famiglia degli zar che cena tranquillamente senza rendersi conto dell’immanenza della Rivoluzione o l’ultimo gran ballo del 1913. Girato in steadicam, in un unico piano-sequenza e in formato digitale, “Russian Ark” penetra davvero dentro una civiltà perduta dove gli effetti della Storia sembrano invadere questo luogo impermeabile. Per certi versi “Russian Ark” appare la dilatazione dello splendido “Elegia di un viaggio” presentato nello scorso Festival di Venezia. E se per certi versi è un’opera che affascina in pieno e che riesce a espandere verso l’infinito un set limitato, dall’altra parte la cultura figurativa, il rapporto tattile con i dipinti e con le statue (come quelle di Canova) viene continuamente sottolineato da un nozionismo dove l’opera d’arte è “esibizione del bello” e non più “emanazione del bello” come in “Elegia di un viaggio”.
Per “Un certain regard” appare fortemente pretenzioso “Rachida” della cineasta algerina Yamina Bachir-Chouikh. Ambientato durante gli anni del terrorismo ad Algeri, il film si sofferma sulla figura di Rachida, una maestra di circa 20 anni che una mattina viene ferita da un colpo di pistola per essersi rifiutata di portare una bomba dentro la scuola. Film fastidiosamente illustrativo, senza tensione, dove gli effetti del terrorismo sembrano avere più consistenza nei dettahli minori (le immagini di un telegiornale, la prima pagina di un quotidiano) piuttosto che nella roboante sequenza della devastazione di una festa. Cinema al femminile quello di “Rachida”, che spara sentimenti forti senza creare alcuna forma di complicità, neanche quella minima.
Nella “Semaine de la Critique” è stato presentato “Kabala” opera prima del regista del Mali Assane Kouyaté. Riti ancestrali, stregonerie, tradizioni tribali e ritmi vitali (la nascita, la morte) rappresentati attraverso sonorità, tentativi di materializzazione di miracoli, gesti e movimenti che si ripetono. Il ritorno di Hamalla, un uomo che torna nel suo villaggio dopo quattro anni per ritrovare la ragazza che ama, Sokona, suscita diffidenza e ostilità negli altri abitanti del villaggio. Koyaté lascia entrare progressivamente nei ritmi del villaggio, nelle traiettorie di uno sguardo che sembra attraversare orizzontalmente un luogo che alla fine diventa troppo conosciuto. Opera interessante, ma mai originale e capace di aprire nuovi territori.
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