CANNES 55 - “Heremakono”, di Abderrahmane Sissako
Sissako torna sugli spazi e sul senso dell’attesa. Nel tempo sospeso, interiore e esteriore, si inscrive quest’opera di leggiadro humour e inscalfibile leggerezza. Qui usa toni più smorzati, un bianco che si espande oltre l’inquadratura, nei fuoricampi che le dune creano. Luogo che si fa cinema prima dell’arrivo del cinema.
Dare la luce. E’ questo il senso, teorico e umano, di “Heremakono” (sottotitolo “En attendant le bonheur”, visto al ‘Certain regard’), secondo lungometraggio di Abderrahmane Sissako.Il cineasta di origine mauritana torna sugli spazi e sul senso dell’attesa che già definivano il precedente “La vie sur terre”. Un piccolo villaggio di pescatori, quello di Nouadhibou, sulla costa della Mauritania, e il deserto, una comunità che vive ai margini, là dove bisogna riconsiderare il ritmo dello stare nel mondo. Nel tempo sospeso, interiore e esteriore, si inscrive quest’opera di leggiadro humour e inscalfibile leggerezza. Un giovane è in attesa di partire per l’Europa (vista per pochi flash, ricordi che si materializzano sgranati, al di là delle nuvole), e non conosce la lingua locale. Bisogna cominciare a ri-apprendere. Come nel capolavoro di Scorsese per uno spot Armani di anni fa, il protagonista studierà le parole in maniera tattile: gli occhi, il naso, la bocca, toccando e confondendo il nome degli organi.
Abderrahmane Sissako è un cinefilo cresciuto tra Mosca e Parigi, e non si dà problemi a nascondere i suoi piaceri di cinema. ‘Ruba’ flagranze dal miglior cinema in viaggio nel mondo e le ridistribuisce in quel posto da dove non solo il cinema, ma anche la vita che fa il cinema, dovrebbe ripartire. Con umiltà e determinazione.
Dare la luce. Ci pensano un vecchio e un bambino nel compito pionieristico di portare, e mantenere, l’elettricità nelle case, di compiere l’impresa impossibile di fare accendere una lampadina. Bisogna, letteralmente, portare la luce in giro, fin dove una prolunga lo rende possibile, fino alle soglie della morte, che è evento naturale (raccontata dal vecchio al bambino che pone domande con la stessa dolcezza e lucidità filosofica del Castellitto di “L’ora di religione” al figlio). Ai colori sfavillanti, vicini a Spike Lee, di “La vie sur terre” Sissako usa qui toni più smorzati, un bianco che si espande oltre l’inquadratura, e nel quale il bambino avanza, tra le dune sabbiose, nei fuoricampi che le dune creano. Deserto. Luogo che si fa cinema prima dell’arrivo del cinema.
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