CANNES - “Sunduq al-dunya” (“Sacrifices”), di Oussama Mohammad
Il ritorno al cinema - ancor più in un’edizione di Cannes assolutamente mediocre - di Oussama Mohammad è da salutare con un grande applauso, scuote e emoziona (ma svuota anche la sala, perché non concede nulla), porta verso il tempo e lo spazio di un mondo delle origini, dove le cose e le persone devono ancora essere nominate.
Accade un miracolo ogni volta che un film siriano viene terminato, dopo immensi problemi di realizzazione. E il miracolo è ancora più grande perché quello che si vede sullo schermo non corrisponde assolutamente a un film fatto in povertà di mezzi. “Sunduq al-dunya” (presentato nella sezione ‘Un certain regard’; per il cui titolo internazionale è stato scelto “Sacrifices”) lo conferma ai più alti livelli. Si tratta del secondo lungometraggio di Oussama Mohammad, la cui opera prima di lungometraggio (dopo due corti di fine anni settanta-inizi anni ottanta), “Stelle di giorno”, risale al 1988 (in Italia si vide in una magica edizione della Mostra di Pesaro dedicata al cinema dei paesi arabi). C’è una continuità straordinaria fra “Stelle di giorno” e “Sunduq al-dunya”. La stessa ambientazione di villaggio. La stessa magia nel filmare gli spazi e i corpi che nasce dalla luce, dai cromatismi ‘hollywoodiani’ che fanno risplendere ogni inquadratura, e tutti i molteplici livelli che compongono con esemplare rigore ogni piano visivo. La stessa dolcezza di sguardo nel tuffarsi, e nel tuffarci, in un mondo senza tempo, dove il tempo passa ma dove tutto permane (im)mobile.
Il ritorno al cinema - preziosissimo, e ancor più in un festival di Cannes come quello di quest’anno, assolutamente mediocre - di Oussama Mohammad è da salutare con un grande applauso, scuote e emoziona (ma svuota anche la sala, perché non concede nulla), porta verso il tempo e lo spazio di un mondo delle origini, dove le cose e le persone devono ancora essere nominate. Tra Herzog e Scimeca. La vita, nel villaggio dove è ambientato il film, (non) scorre, si assiste a un perpetrarsi di rituali che segnano la vita e la morte, il rapporto con la terra, e il fango, più della terra, le partenze e i ritorni (un padre che rientra dal fronte), le violenze e il desiderio (di un innamoramento adolescenziale).
Se fare cinema, oggi, significa compiere un atto di (r)esistenza, l’opera di Oussama Mohammad ne costituisce un imprescindibile punto di contatto.
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