CANNES 55 - La generazione al presente di « Ren Xiao Yao » di Jia Zhangke
Presentati anche il bel film di Chantal Ackerman “De l’autre côté” e il deludente iraniano “Avazhayé sarzaminé madariyam” (Le chants du pays de ma mère), di Bahman Ghobadi. Intanto i critici francesi eleggono miglior film “L’homme sans passé” di Kaurismäki
Prime ipotetiche e sballate indiscrezioni. In una tabella di voti pubblicata da “Les films français” (giornale in cui vengono riassunti eventi, film, personaggi della giornata), di cui fanno parte critici dei “Cahiers du cinema”, “Studio”, “Le Parisien”, “Positif”, “La Croix”, “L’humanité”, “Le monde” e “Ciné Live”, “L’homme sans passé” di Kaurismäki è il film che è piaciuto di più. Seguono, a pari merito, “O principio da incerteza” di De Oliveira e “Spider” di Cronenberg. Il film più detestato risulta invece essere il cartoon della Dreamworks “Spirit”.
Per il concorso sono stati presentati “Ren Xiao Yao” (Unknown Pleasures) del cinese Jia Zhangke e “Les fils” dei dratelli Dardenne. Mentre del film belga si parlerà nella scheda a parte, “Ren Xiao Yao” sembra riportare a quell’immobile malinconia di “Platform”, opera presentata al Festival di Venezia del 2000. Anche se questo film è meno sorprendente del precedente, è comunque presente l’esigenza da parte di Zhangke di vedere il presente come momento generazionale. Ambientato nel Nord della Cina, il film si sofferma sulla monotona quotidianità di due amici, Xiao Ji e Bib Bib. Il primo s’innamora di Qiao Qiao, una popolare cantante del luogo; l’altro, più timido e riservato, cerca invece di salvare la sua difficile relazione con una studentessa. Cinema dell’immobilità è quello di Zhangke, composto da lunghi piani-sequenza (dove il movimento della macchina da presa appare superiore a quello dei personaggi) o composto da lunghe inquadrature fisse che vedono, ad esempio, due personaggi seduti su un divano che cantano una canzone dopo averla ascoltata da un video in televisione. Nel giovane cineasta cinese è comunque presente un’innegabile talento nel mostrare una progressiva rottura nella realtà dei personaggi, utilizzando spazi spesso vuoti (lunghi corridoi, terrazzi), o luoghi indistinti dove può scattare l’atto violento da un momento all’altro. Presenza massiccia di televisioni, oggetti che emettono quelle sonorità contrastanti di cui si alimenta “Ren Xiao Xiao”, in cui ogni stacco di montaggio appare come un nuovo squarcio, una nuova ferita in una struttura visiva apparentemente impermeabile, in realtà già fragile.
Per “Un certain regard” ha invece piuttosto deluso “Avazhayé sarzaminé madariyam” (Le chants du pays de ma mère), dell’iraniano Bahman Ghobadi che si era proprio rivelato a Cannes nel 2000 con “Il tempo dei cavalli ubriachi”. Il film è la storia di un viaggio, di un’infinita odissea. Durante la guerra tra Iran e Iraq un gruppo di musicisti curdi iraniani parte alla ricerca di Hanareh, una cantante dalla voce bellissima che è passata dall’altra parte della frontiera, nel Kurdistan iracheno. In Ghobadi sembra esserci una sensibile separazione tra il documentarista e il narratore. Da una parte le montagne, le strade lunghe difficilmente percorribili. Dall’altro un gruppo variegato di persone che si muovono in massa, che si muovono tra speranza e dolore. “Avazhayé sarzaminé madariyam” è opera dalle sonorità devastanti (quasi quel delirio calcolato del cinema di Kusturica), dalla presenza della terra che apre sempre non-luoghi, riconoscibili solo nel momento in cui Ghobadi ricompone stancamente quella disposizione spazio/personaggio ripresentando distese innevate attraversate da cavalli e un gruppo nomade di personaggi, quasi un remake di “Il tempo dei cavalli ubriachi”.
Fuori-concorso, proiezione speciale di “De l’autre côté” della regista belga Chantal Akerman. Questo documentario, ambientato nell’America del Nord, descrive la vita di alcuni messicani che hanno cercato fortuna andando a vivere negli Stati Uniti. Il servizio d’immigrazione americano interrompe spesso questo loro flusso, rispingendo i cittadini messicani verso le zone desertiche dell’Arizona. Composto da interviste a personaggi che raccontano la propria storia privata, lunghi piani fissi sui luoghi, l’opera segue traiettorie orizzontali in cui la macchina da presa sembra catturare i propri spazi e i propri suoni. Opera di invidiabile lucidità, che sorprende per la sua partecipazione mai esibita, che disperde lo sguardo lungo traiettorie e tempi vuoti, come il bellissimo, lunghissimo momento, della sequenza in cui la macchina da presa della Akerman ha attraversato gli spazi nei pressi della frontiera.
Tra le opere in programma tra oggi e domani: “Irréversible” di Gaspar Noé e “The Pianist” di Roman Polanski per il concorso; “Murder By Numbers” di Barbet Schroeder fuori concorso; “Long Way Home” di Peter Sollett e “Bemani” di Darius Mehrjui per “Un certain regard”; “Welcome to Collinwood” di Anthony Russo e “Un oso rojo” per la “Quinzaine”
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