CANNES 55 - “Irréversible” di Gaspar Noé: fenomenologia del collaborazionismo (Concorso)

Si esce sfiancati dalla visione, demoralizzati, scossi, ma non per lo stupro finto e glaciale di Monica Bellucci, quanto per la brutale determinazione del regista di imporre a tutti i costi una visione unica della vita e del cinema

Annunciato dalla solita banale, prevedibile, campagna promozionale che prometteva una dose indimenticabile di sex&violence, approda finalmente sulla croisette “Irreversible” di Gaspard Noe. Al di là del plot, poco più che una trita storia di vendetta, inquieta la crudele determinazione con la quale il regista persegue un progetto di saturazione visiva dell’immagine e della colonna sonora nel tentativo di tematizzare formalmente l’assunto che si vive e si lotta e che per continuare a vivere bisogna continuare a lottare (e ovviamente lottare per continuare a vivere… ecc. ecc.). Detto questo modo bisogna ammettere che il film parte in quarta: una steadycam drogata (immaginate un Jim Muro al cubo) svolazza e s’arrampica sui muri come neanche l’uomo ragno. Noe, misteriosamente, piazza subito all’inizio le uniche cose che suscitano un certo interesse: una plongee allucinata in un gay club (il Rectum) che si conclude con un omicidio di rara violenza. E fin qui Noe tiene in ostaggio lo spettatore. Fatalmente ci si trova (prevedibilmente) privi di difesa di fronte al suo assalto sensoriale e si rischia quasi di confondere caos per intuizione, violenza per progetto. Ci si chiede dove siamo finiti ma poi, quando il macguffin narrativo si rivela- tutto è chiaro: siamo dalle parti del peggior “bessoncinema” in versione tecnonichilista, urlato, frentico, arrogante, sostanzialmente immobile. Si esce sfiancati dalla visione, l’esperienza è defatigante, come “Dancer in the Dark”, demoralizzati, scossi, ma non per lo stupro interminabile, finto, glaciale, distante di Monica Bellucci, quanto per la brutale determinazione del regista di imporre a tutti i costi una visione unica della vita e del cinema, come se si tentasse di fare terra bruciata attorno al proprio vuoto di idee per lasciare in piedi solo un simulacro di pensiero. Noe, come Besson, Von Trier, bara: la violenza, enunciata, tematizzata, si rivela il solito bluff per epater les bourgeois e non c’è il minimo progetto di sguardo a solidarizzare con i corpi martoriati. Tutto è chiuso ermeticamente nell’ambito del perimetro (limitato) di plan impossibili. Ciò che sconcerta è che questo nulla apocalittico per darsi come oggetto cinematografico deve stringere una micidiale alleanza col peggiore dei cinema possibili: come un Kounen che ha fatto indigestione di letture frettolose, Noe, invece di pensare una possilità di economia del segno, mette in campo un inquietante e pauperistico eccesso a oltranza che si annulla sotto il peso della sua ambizione e della sua pochezza. Il problema è che nonostante la sua parvenza di film “solo contro tutti” “Irreversible” è la manifestazione terminale del pensiero unico cinematografico contemporaneo: una perversa variazione del cosiddetto “cinema d’autore” sdoganato nel segno della violenza e del sesso. Noe offre così una sconcertante versione del moderno collaborazionismo audiovisivo: piuttosto che incrinare i meccanismi del consenso (e in questo festival si potrebbero fare numerosi esempi in positivo) li amplifica a dismisura limitandosi a osservare i risultati, prevedibili, di un prevedibilissimo esperimento da laboratorio. “Irreversible”, digerito il primo quarto d’ora, quello che addirittura fa sospettare che vi sia dell’altro dietro le immagini, si rivela infine per quello che è: dell’alberonismo transalpino e muscolare, un bignami di tutto ciò che non si dovrebbe mai fare al cinema e che invece viene offerto presuntuosamente come mausoleo stesso del cinema. “Irreversible” dunque non è un salto nel vuoto ma un tuffo consapevole e ferocemente determinato nel mare magnum della banalità audiovisiva contemporanea. E quello che si annunciava come il film che più degli altri infrangeva il muro del consenso si trova a esserne in realtà il guardiano rabbioso e crudele.
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