CANNES 55 - “Femme fatale”, di Brian De Palma
Gioco inesauribile che parte dal cinema per tornare al cinema, dopo un lungo percorso che lo porta a perdersi in un racconto stratificato, che procede come un videogioco, con mille aperture possibili e mille strade da percorrere. Per De Palma il cinema è un viaggio dentro lo sguardo, che si interroga teoricamente sulle origini delle immagini
“Femme fatale” di Brian De Palma è, ancora una volta, un viaggio dentro lo sguardo, emozionante, seducente e lucidamente teorico, che si spinge nella profondità delle immagini per interrogarsi sulla loro origine. E non e un caso se il sogno, quindi l’immaginazione e il pensiero rappresentano il veicolo attraverso il quale tutto accade e tutto si produce, la scintilla che crea il mondo vero e falso di questo film. Tra “Frantic” e “Mission: Impossibile”, prendendo dal primo la spericolatezza del movimento, l’imprevedibilità della fuga che si fa ricerca, e dal secondo il gioco di scomposizione del reale, che si frantuma come in uno spettacolo caleidoscopico tutto giocato sulla profondità, reale e supposta, del quadro che si trasforma costantemente sotto i nostri occhi. Gioco inesauribile che parte dal cinema per tornare al cinema, dopo un lungo percorso che lo ha portato a perdersi in un racconto stratificato che procede come un videogioco, con mille aperture possibili e mille strade da percorrere. Nel palazzo del cinema di Cannes, dove è ambientata la lunga, dilatata scena d’apertura, si attende la proiezione di un film che verrà, però, sospesa dal black-out improvviso, estremo stratagemma per una banda di rapinatori che sta mettendo a segno il suo colpo. Piani sequenza a profusione, com’è, d’altronde, nello stile di De Palma, dove il montaggio si è fatto taglio virtuale della visione, sezionamento indotto non più dal gesto meccanico del cinema che si fa, ma dallo sguardo dello spettatore, che si inserisce come elemento attivo di un divenire che si lascia abbracciare dal caso.
Né più né meno di quanto accade alla protagonista, femme fatal in fuga da se stessa, che, proprio nella tensione onirica, trova il suo percorso, o meglio, le viene suggerito da un fotografo, lo spettatore che si è inserito nel racconto e si è imposto come tramite ideale di un’ipotesi, l’osservatore esterno/interno, che resta sempre in bilico tra campo e fuori campo, tra dentro e fuori.
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