ANTEPRIME - “Minority Report” anno 2054

Technotriller futuristico/noir di Steven Spielberg, tratto da un racconto di Philip K. Dick, è ambientato in un futuro prossimo dove l'ansia da «sicurezza» crea tecno-mostri che prevedono gli omicidi. Pellicola con tema «importante», “Minority Report” sembra anche il vero oggetto in cui Spielberg si misura con il modello Kubrick.

di Giulia D'agnolo Vallan da “il manifesto” del 19 giugno 2002

NEW YORK
È destino, forza, del miglior cinema hollywoodiano - enorme o piccolissimo - riflettere nelle griglie del genere lo spirito, le inquietudini e gli umori del mondo che lo circonda. L'anno scorso, tre grandi film come “A.I”., “Ghosts of Mars” e “Final Fantasy” anticiparono un'apocalisse che avrebbe iniziato a dispiegarsi davanti agli occhi del pianeta a partire dall'11 settembre (e che non si è conclusa con la pulizia delle macerie delle Twin Towers). Quest'estate, dietro alle meravigliose immagini digitali di “Episode II: Attack of the Clones” pulsa un sentito attacco al mondo secondo Bush/ Cheney/ Enron. Allo stesso modo, “Minority Report”, l'ultimo Steven Spielberg, nelle sale Usa venerdì, non potrebbe essere più attuale. Il concetto di pre-crime, e cioè della prosecuzione di un crimine non ancora commesso, sui cui è incentrato il racconto di Philip K. Dick da cui il film è tratto, sembra aver trovato la sua perfetta incarnazione nel dipartimento di giustizia di John Ashcroft, uno dei personaggi più surreali e pericolosi della Casa bianca Bush. Il caso di Josè Padilla - portoricano convertito all'islamismo, rinchiuso in una prigione della marina Usa in quanto «combattente nemico» (senza quindi usufruire dei diritti civili di un criminale comune) per aver avuto contatti con Al Qaeda e aver raccontato in giro di voler attaccare gli States con un rudimentale ordigno radioattivo - è solo l'ultimo e il più appariscente di un trend che continua da mesi.

Da parte sua, Ashcroft si è sentito in dovere di annunciare il brillante arresto preventivo in collegamento da Mosca e, all'inizio, i giornali hanno esultato di fronte allo scampato pericolo. Ma ci è voluto poco perché abbassassero il tono. Persino il viceministro della difesa, Wolfovitz, concludeva, un paio di giorni dopo l'arresto, di non credere «che, al di là di qualche dichiarazione fatta e qua e là, ci fosse un vero e proprio complotto». E il New York Times partiva con un duro editoriale sulla minaccia ai diritti civili costituita da un'operazione del genere. Intanto, però, fino a che i tribunali non decideranno diversamente, Padilla è sigillato un carcere militare senza sapere quali sono le prove della sua colpevolezza.


Ma lasciamo la Washington di Bush e passiamo a quella del film di Spielberg. L'anno è il 2054. Nella capitale americana, gli omicidi non esistono più, perché i colpevoli vengono arrestati prima ancora di averli commessi. E questo grazie al capo della polizia John Anderton (Tom Cruise), al suo protettore Lamarr Burgess (Max von Sydow) e, soprattutto, a tre creature chiamate Pre-Cogs, tre gemelli che, per via di un potente allucinogeno assorbito dalla madre, hanno sviluppato la capacità di vedere in anticipo qualsiasi omicidio stia per essere commesso. Trasmesse su schermi impalpabili, e decifrate grazie ad una serie di complicati macchinari, le immagini dei Pre-Cogs (generate dalla piscina dove i tre galleggiano costantemente) vengono utilizzate dalla polizia per arrestare i futuri assassini che sono poi rinchiusi per sempre. Il programma Pre-crime è un grande successo e sta per essere esteso al resto del paese quando le palline rosse su cui vengono indicati vittime e assassini, producono i nomi di John Anderton e quello di un perfetto sconosciuto che il capo della polizia dovrebbe uccidere entro 36 ore.

Fino a qui, la premessa di “Minority Report”, sceneggiato da Scott Frank e Jon Cohen, e che la fotografia di Januzs Kaminski, rende un noir futuribile, livido e malato, è identica a quella del racconto di Dick, pubblicato sulla rivista Fantastic Universe nel 1956. Poi, pur mantenendone l'andamento vertiginoso, spiazzante (e in quello “Minority Report” ricorda “Memento”), Spielberg introduce temi e trame nuovi rispetto al più stringato e più apocalittico racconto di Dick.

È nuova l'idea che Anderton sia un promotore del Pre-crime perché gli hanno rapito, forse assassinato, il figlio (come successe con l'ideatore della serie tv America's Most Wanted). Interpretato da un Tom Cruise con la barba lunga e la faccia tormentata, questo Anderton è un poliziotto malinconico, sull'orlo della crisi nervosa, piantato dalla moglie, perseguitato dai sensi di colpa, che vive in un appartamento pieno di resti di fast food e alla sera si droga guardando l'equivalente futuribile di vecchi home movies. Nuova anche l'idea secondo cui, in una società in cui le iridi sono schedate dalla nascita, l'unico modo per cambiare identità sia un trapianto d'occhi (cosa a cui Anderton si sottopone quando deve scappare per non essere arrestato lui stesso). Rispetto a Dick (i cui veggenti erano degli idioti mollicci e senza coscienza), qui si solleva l'ipotesi che i Pre-Cog abbiano l'aura religiosa di oracoli, li si tratteggia come creature delicatissime, ipersensibili, che vivono dentro di sé l'esperienza delle sofferenze del mondo. Ma, più di tutto, in questo film, sembra interessare a Spielberg (e a Tom Cruise che gli ha suggerito il soggetto) la dialettica tra predestinazione e libera scelta.

Quando Anderton scopre l'esistenza di minority reports, rapporti di minoranza, che riflettono la visione alternativa di uno dei tre gemelli rispetto a quelle degli altri due (e quindi finali differenti di una stessa sequenza), scopre anche che, fino all'ultimo, c'è la possibilità di scegliere, di non commettere un crimine. La conclusione è logica (e dovrebbe esserlo anche per Ashcroft e co.): l'infallibilità del Pre-crimine è un' illusione. La fuga di Anderton/Cruise (insieme alla più sensibile dei Pre-Cogs, interpretata dall'inglese Samantha Morton) che lo condurrà a questa conclusione è straordinaria. Molto Cruise - perché i suoi film finiscono sempre un po' in tour de force. Ed è vero che questo oggetto pur affascinante, sembra uno Spielberg più convenzionale e meno autobiografico di “A.I.”

Technotriller futuristico/noir (il regista dice di essersi ispirato a John Huston), con tema «importante», “Minority Report” sembra anche il vero oggetto in cui Spielberg si misura con il modello Kubrick. Con colonna sonora di Schubert per i computer.
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