Fuori e dentro il mondo (e il cinema): "Undisputed", di Walter Hill
Hill sembra ritornare ai tempi degli esordi, quando con "L'eroe della strada", faceva sopravvivere Charles Bronson tirando pugni per strada. Torna al pugilato e alla prigione, in un film senza tempo che sembra raccontarci la disparità clamorosa attuale, tra chi è dentro il mondo-prigione e chi invece fa parte del club dei vincenti.

C'è una strana meteora sugli schermi in questi giorni, ed è un film che sembra non avere "tempo", o meglio non appartenere ad alcuna epoca, come fosse un frutto anomalo di un alieno sbarcato sulla Terra. Perché questo Undisputed, ultima fatica del grande Walter Hill, non sembra proprio avere nulla a che vedere con le mode dilaganti, dai dogmi alle soderberghate dei nostri tempi, e pare invece scaraventarci in un cinema (mondo) dove ancora contano elementi "vetusti" come etica, morale, onore, scontri leali, ecc... E non siamo dentro a un film di Clint Eastwood ma all'interno di un prison-movie particolare, perché è sì un film carcerario ma è anche e soprattutto un film sulla boxe, sul senso di appartenenza e sulla disparità che c'è nel mondo tra chi è "fuori" e chi è "dentro". Certo qui il "dentro" è il carcere, dove Wesley Snipes è rinchiuso da dieci anni e da allora domina incontrastato gli incontri con i boxeur delle altre prigioni. Ma Undisputed sembra raccontarci qualcos'altro, quel qualcosa che si nasconde tra le pieghe di un racconto carcerario, ai margini del ring fatto di sbarre dove i pugili si incontrano ( e qui Hill è fantastico nel raccontarci il senso di oppressione della "prigione nella prigione" dove avvengono i combattimenti). E se certo Hill ci racconta di questi due uomini così diversi eppure simili, uno campione del carcere e l'altro fortissimo e spocchioso campione del mondo (un Ving Rhames che non può ignorare Tyson, ma neppure ne tenta una pallida imitazione), Undisputed mette in scena i "mondi reali" che sono così diversi e lontani da quelli "possibili". La realtà, il mondo (e il cinema) appartengono a chi è "fuori" (dal mondo?), mentre tutto il resto degli abitanti del pianeta sembra rinchiuso in un mondo-prigione da cui è impossibile emergere. Per questo Snipes sarà il campione, e vincerà l'incontro dove pure era nettamente sfavorito, perché se nel mondo "reale" del carcere sono i valori veri ad emergere, in quello virtuale che domina l'immaginario le cose vanno diversamente... Ma Hill non sceglie la strada della contrapposizione manichea buoni-cattivi e se il personaggio di Ving Rhames a tratti è insopportabile è proprio per quel coacervo di pressioni, oppressioni e cicatrici che l'uomo boxeur si porta addosso come segni indelebili, elementi necessari per uscire dalla condizione di "fantasma umano" e ambire a quella dei "re del mondo". E' il cinema "dualista" di Walter Hill ad emergere, con la sua fissa per i contrasti netti, appariscenti, che però ci riconducono alla fine sempre a una fortissima somiglianza (non era un contrasto dentro/fuori bianco/nero anche 48 ore?, ma Nick Nolte e Eddie Murphy alla fine stavano dalla stessa parte...). E quindi i due protagonsiti, finalmente, possono essere e dichiararsi entrambi campioni, del dentro/fuori del mondo. Quel che conta è la determinazione e la volontà di non farsi schiacciare dagli eventi. Anche se poi, per il mondo che conta, per la massmedializzazione globale, nulla è mai accaduto, e l'incontro attorno al quale ruota tutto il film non è mai avvenuto. Non è stato mai disputato. E forse questo film non è mai stato girato...
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