"Oasis": il melodramma abile di Lee Chang-dong
La storia d'amore tra due "disabili" al centro del nuovo film dello scrittore e regista sudcoreano. Un'opera di confini invalicabili, che parla dell'innamoramento portandosi sul limite tra ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo
Nasce dall'ideale separatezza di una sorgente nel deserto, Oasis, il nuovo film di Lee Chang-dong, lo scrittore-regista sudcoreano, in uscita sugli schermi italiani dopo la presentazione alla Mostra di Venezia. Lo spazio di un racconto forse magico raffigurato su un arazzo, che ad un certo punto si aprirà nella fantasia di Gong-Ju, la protagonista, in un inatteso sogno ad occhi aperti, prospettiva irreale nata da un punto di fuga impossibile per una donna costretta sulla sedia a rotelle da una paresi che l'ha resa disabile al mondo.
In un film di limiti come questo, del resto, le linee di confine definiscono la scena, ma anche la aprono, la dispongono in una funzionalità degli eventi narrativi che disconosce l'ordine logico cui appartiene il mondo. Il contesto è un melodramma sulla "diversità", per così dire, ovvero sull'amore dei "disabili", che ai cosiddetti "abili" appare sempre estraneo, fuoriconfine, idealmente "osceno"... E tutto questo il film lo racconta davvero molto bene!
Ma Lee Chang-dong non si ferma qui, perché in Oasis focalizza intelligentemente un altro baricentro, portando la sua riflessione sul confine tra ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo, due sfere il cui oscillare definisce sempre, in realtà, lo spazio dell'innamoramento di chiunque: impossibile entrare davvero nella ragione rimossa di due innamorati che non possono fare a meno l'uno dell'altro... Proprio perché l'amore, come la disabilità, porta fatalmente a una dipendenza, al bisogno assoluto della relazione con l'altro...
Sicché Oasis è un melodramma a doppia chiave, dove la parentesi incantata dell'oasi narrata nell'arazzo appeso alla parete di Gong-Ju è il sogno di una separatezza che descrive l'innamoramento, ma dove c'è anche una finestra che dà sul mondo, le cui ombre si allungano minacciose su quell'incanto... Due perimetri differenti che descrivono differenti prospettive: il sogno e la realtà, l'amore e il disamore, il paradiso e l'inferno...
Per metà Oasis è dunque di Gong-Ju, appartiene alla sua chiusura, è scritto nel suo universo fatto di sofferenza tramutata in diffidenza, di gesti impossibili, di attese deluse, di immobilità... Di contro, però, Lee Chang-dong pone il vagare senza requie di Jong-Du, l'altro protagonista: un uomo con problemi di ritardo mentale, ma con sufficiente cuore da esser finito in prigione al posto del fratello maggiore che, guidando ubriaco, aveva travolto l'anziano padre di Gong-Ju. Ora che è uscito di prigione, Jong-Du, rimosso dai familiari che ne subiscono la "diversità" come un oltraggio, percorre la città come in cerca di un posto in cui riconoscersi, liberando la vita che ha in sé con l'ingenuità di un "disadatto" e il coraggio di un eroe senza corazza: un flâneur senza flânerie, cui Lee Chang-dong affida il compito di aprire le griglie del suo film, facendosi carico di una consapevolezza che è coscienza, della capacità di immaginare, sentire e raccontare la propria diversità rispetto all'immobile normalità degli altri.
Infine raccattato dai parenti, sopportato, piazzato nel retro dell'autofficina dove il colpevole fratello lo ha preso a lavorare con sé, è infatti proprio Jong-Du a innestare nel corpo morto di questo scenario metropolitano il seme della coscienza: incapace di dimenticare - come sin troppo bene sa fare il fratello - non resiste alla tentazione di andare a far visita alla famiglia dell'anziano spazzino della cui morte s'è fatto innocentemente carico. Ed è qui che trova Gong-Ju, che vive sola, quasi abbandonata dal fratello: se ne innamora ed entra nella chiusura del suo mondo prima con una impropria violenza, poi con innata sensibilità, infrangendone le barriere, imparando prima a superarle, poi a piegarle, infine a romperle. Insomma, portandola nel mondo e portando il mondo in lei... Ed è qui che, come in ogni melodramma, scatta la tragedia: perché infranto l'incanto d'amore che è separatezza, fuori dall'oasi dell'innamoramento, a contatto col mondo reale, questi due innamorati "disabili" provano il dolore della realtà non meno né più di qualsiasi innamorato "abile" che deve stare nel mondo...
Splendida intuizione di un regista che normalizza nella sua essenza universale il melodramma che ha voluto incarnare nel corpo e nello spirito di due protagonisti che il mondo vorrebbe "diversi", ma la cui eguaglianza è sancita proprio nel loro dramma d'amore. Che, come sempre, è una questione di perimetri invalicabili, di confini, di barriere.
Sicché, a fronte della separazione che infine chiude inevitabilmente il melodramma, appare genialmente anarchico, nella sua rassegnazione, il gesto tutto ideale di Jong-Du: che, non potendo più liberare Gong-Ju, libera il quadro del suo amore dall'orrida ombra della realtà, tagliando i rami dell'albero che proiettano l'ombra delle loro scheletriche dita sull'arazzo della donna, spaventandola.
Il loro sarà un altro amore da viversi nell'idealità di un sogno, oltre confine, nell'irrealtà...
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