"La destinazione",di Piero Sanna

Lo spirito del luogo affiora attraverso uno sguardo pulito che si avvicina rispettosamente all'intimità dei personaggi e con rigore concretizza la solitudine interiore nella solitudine fisica dei ruoli e degli spazi

La destinazione come luogo fisico d'arrivo o come predeterminazione di un percorso esistenziale. La bivalenza esplicita del titolo definisce il dosaggio tra quello che appare come racconto-guida e quello che è il racconto-necessario che si sovrappone al primo e lo contrae in una vertigine inevitabile.
La traccia che ci conduce verso la meta stabilita è la storia di un giovane romagnolo che quasi per gioco si arruola nei carabinieri. Durante l'addestramento conosce un ragazzo sardo (la cui vicenda prosegue nelle due ore mozzate al montaggio definitivo) che gli spiega il vero significato del nome del paesino nella Barbagia a cui è stato assegnato: Coloras che vuol dire "serpenti" e non "colori". L'equivoco tra le due interpretazioni della parola è emblematico nel processo di contrapposizione su cui questo prologo sembra accordare il film. Da una parte l'ariosità del volto angelico e infantile del romagnolo, dall'altra la ferrigna serietà del compagno. Ma l'approdo in Sardegna biforca il piano narrativo assegnandolo al suo ineluttabile destino. E' come se non si potesse penetrare nell'animo di quella terra primordiale senza tuffarsi nell'abisso del suo tempo remoto, senza procedere ad un progressivo incupimento delle immagini. La difficile integrazione del continentale con l'isola si fa quindi da parte per lasciar pulsare il cuore arcaico di un mondo a tinte fosche. Solo allora la storia a cui il film è "destinato" si svela come una storia fatta di riti, di leggi ataviche, di mestieri antichi, di linguaggi ermetici. Evitando di cadere nell'antropologismo, lo spirito del luogo affiora attraverso uno sguardo pulito che si avvicina rispettosamente all'intimità dei personaggi e, con rigore, concretizza la solitudine interiore nella solitudine fisica dei ruoli e degli spazi.
La compostezza del movimento si dipana in un ritmo lento e inesorabile, proprio come l'ispirazione di Piero Sanna (il regista) che a lungo ha covato il suo talento durante gli anni di servizio nell'Arma e che ha scelto per la schiusa di manifestarsi attraverso la descrizione della sua terra prima ancora che della sua uniforme. Una terra spigolosa e reticente le cui caratteristiche endemiche si riverberano sulle immagini nell'ostinazione del mostrare le fasi di un'azione, nel silenzio in cui i gesti sono sprofondati e nel bagliore cinereo dei colori. Come soggiogata dal suo sfondo ogni angolatura della visione si impregna di quell'umore che ne diventa quindi matrice e destino.

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