"City of Ghosts", di Matt Dillon
Si respira una libertà innegabile nei movimenti di Dillon fuori/dentro il set, nei suoi strani incontri,nel suo errare scoprendo di volta in volta corpi differenti, spazi vergini, superfici calpestate per la prima volta.

City of Ghosts sta per città di fantasmi, terra franca in cui smarrire l'occhio, perdendo l'orientamento, la direzione, l'equilibrio. Sta di fatto che Dillon, portatore sano di vecchie reminiscenze coppoliane (Rusty il selvaggio in particolar modo), è uno che di perdite di equilibrio se ne intende. Prima una carriera d'attore (ancora peraltro in attivo) assolutamente sbilanciata in avanti, piena di intoppi, di buche, di false partenze, poi questa strana rinascita nelle vesti dell'occhio costruttore del set, regista di se stesso, nonché fautore di un cinema che si insinua nelle retrovie di un set perso nel cuore della Cambogia, decentrato in maglie sparse ovunque, quasi fossero detriti di un'esplosione avvenuta all'interno di un altro spazio. Dalla macchina a mano delle prime sequenze, allo straniamento borgesiano in un labirinto di corpi delle sequenze successive, quello di Dillon è un cinema che non ha centro, uno sguardo nomade che nel giro di pochi minuti attraversa tre possibili geografie del corpo (quella americana, quella thailandese, quella in Cambogia infine), centrifugando in preda alla smania febbrile di spostamento ogni approccio sistematico/scientifico alla materia trattata. I raccordi quasi non esistono più (o meglio ci sono, ma sempre interposti a soluzioni di continuità praticamente inesistenti), è come se fosse un unico piano sequenza a disegnare traiettorie ostili, linee assolutamente imprevedibili (l'arrivo in piena notte di Dillon in un bordello situato nel cuore nero di un piccolissimo centro, o anche l'incontro con la donna a cui poi si legherà) che in fin dei conti spaziano da un terreno all'altro della rappresentazione, senza alcun freno inibitore. Si respira una libertà innegabile nei movimenti di Dillon fuori/dentro il set, nei suoi strani incontri (straordinario quello con Depardieu, affidato da un lato alla libertà di improvvisazione del francese, dall'altro calato in un contesto di dimensioni quasi stranianti), nel suo errare scoprendo di volta in volta corpi differenti, spazi vergini, superfici calpestate per la prima volta. E' come se ci si dimenticasse di giustificare l'azione, di corredarla con un pronto novero di informazioni e dettagli, per lasciarsi andare invece alla gratuità del girovagare, al registrare la luminosità e le zone d'ombra di un mondo improvvisamente nuovo, attraversato come magicamente dal fruscio di una foglia al vento, o dal suono di lingue diverse (peccato che il doppiaggio rovini inevitabilmente l'incrocio tra l'americano di Dillon, il francese di Depardieu e la lingua locale del luogo), ma anche da improvvise fulminazioni (sublime quella di un sempre grande James Caan che in un momento di pura follia visiva, immerso in un primo piano stringente, partecipa ad un karaoke in cui è il solo a cantare) che tracciano nuovi disegni nell'aria, differenti strati narrativi che al loro interno ne nascondono degli altri, come in un gioco di perverse scatole cinesi. E poi c'è la scrittura di Barry Gifford che inventa strane parentele (quella tra Dillon e Caan, forse padre figlio, ma anche quella mancata tra lo stesso protagonista e il suo amico del posto, tracciata come si trattasse di due fratelli) e riaccende di volta in volta la miccia di soglie che restano comunque segrete (la sequenza di Caan nel bagno di un locale in cui si avvicina ad una porta che dà praticamente sul nulla), destinate a segnare comunque un punto di non ritorno. Quello di Dillon è un cuore di tenebra in cui è bello perdersi, solcando veloci la corrente di un fiume e respirando un'aria che da tempo non era così incontaminata.
Titolo originale: City of ghosts
Regia: Matt Dillon
Sceneggiatura: Matt Dillon, Barry Gifford
Fotografia: Jim Denault
Montaggio: Howard E. Smith
Musiche: Tyler Bates
Scenografia: David Brisbin
Costumi: Moji Sangi
Interpreti: Matt Dillon (Jimmy Cremming), Stellan Skarsgard (Kaspar), Natasha McElhone (Sophie), James Caan (Marvin), Gerard Depardieu (Emile), Kem Sereyvuth (Sok), Chalee Sankhavesa (Sideth), Shawn Andrews (Robbie), Kathryn Johnston (vittima), Rose Byrne (Sabrina), Barbara Christie (vittima), Christopher Curry (Larry Luckman), Bo Hopkins (Teddy)
Produzione: Banyan Tree, Mainline Productions, Kintop Pictures, Living Films, Eternity Pictures, Mgm, Sud-Est, United Artists
Distribuzione: Fandango
Durata: 114'
Origine: USA, 2002
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