"Il ronzio delle mosche" di Dario D'Ambrosi
Tra molteplici riferimenti cinematografici, il film di D'Ambrosi è vittima di un virtuosismo formale dove l'apologo sulla necessità della follia, sull'alienazione restano solo pallide ipotesi

Si deve riconoscere a D'Ambrosi la capacità di allontanarsi dall'imperante minimalismo di molto cinema italiano e di incamminarsi sul difficile terreno del surrealismo realizzando un film ambizioso che vorrebbe essere un apologo sulla necessità della follia, sull'alienazione, sull'esigenza di recuperare un modo di sentire e di essere meno condizionato dalle regole del vivere borghese, più vicino al mondo innocente e fantasioso dei bambini. Si tenta anche una riflessione sul rapporto realtà-rappresentazione collocando gli esperimenti clinici (compiuti da un'equipe di medici sugli ultimi tre folli rimasti) all'interno di un teatro nel quale il dottor Graus è un'evidente proiezione dello stesso regista. Nessuno di questi temi è approfondito, però, con la giusta intensità.
All'eterogeneità tematica corrisponde una confusione di generi e di forme stilistiche che non fa pensare a un'opera postmoderna ma, piuttosto, a un'esercitazione stilistica. Si passa, infatti, da un'apertura teatrale nella quale il dottor Graus esce da una tenda-sipario, alle scene di azione (le più ridicole di tutto il film) che mostrano la cattura dei tre matti da parte di esagitati cacciatori-guerrieri. La parte centrale del film è girata in digitale e descrive la terapia con cui i medici riproducono la quotidianità dei tre "pazienti" per isolare la follia e reintrodurla nella società. Qui i riferimenti si sprecano, passando da Arancia meccanica (rieducazione, colonna sonora che fa da contrappunto alle immagini, montaggio vorticoso) a The Truman Show (il dottore segue gli esperimenti spiando i pazienti da alcuni maxischermi). Nel finale, dopo aver rievocato (nelle scene del luna park) un'atmosfera onirica dal sapore felliniano, i tre protagonisti e la loro amica psichiatra fuggono dal mondo reale per approdare in quello della fantasia ricostruito con dei disegni animati di grande fascino. Tra tanti virtuosismi il regista non ne sa scegliere uno capace di dare coerenza alla struttura del film svilendo così anche i momenti più interessanti.
Regia: Dario D'Ambrosi
Sceneggiatura: Dario D'Ambrosi, Armando Pettorano
Fotografia: Carlo Montuori
Montaggio: Fulvio Molena
Scenografia e costumi: Paola Bizzarri
Interpreti: Greta Scacchi (dott.ssa Natalia), Marco Baliani (dott. Gauss), Lorenzo Alessandri (Felice De Santis), Giorgio Colangeli (Franco Brunelli), Raffaele Vannoli (Matteo Tessitore), Cosimo Cinieri (dott. Badii), Denny Mendez (dott.ssa Simane), Giampiero Judica (dott. Scoluberni)
Produzione: Giancarlo Piccioli per Hera International Film
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 90'
Origine: Italia, 2003
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