"Riders", di Gérard Pirès

In "Riders" si ha come la sensazione di trovarci coinvolti in spostamenti prospettici più legati al puro esercizio fisico, corporale di un cinema già cassato, che a quelli sciolti nella fluidità di un digitale ormai inarrivabile, ma controllatissimo, di un Rob Cohen, per esempio.

Vedendo i suoi due ultimi e adrenalinici film, Gérard Pirès lo si potrebbe credere un giovanotto alle sue prime armi, con due X (che non sono orfane della terza X del film di Cohen, ma sono quelle di Taxxi, il suo precedente film) tatuate sul collo e con un passato, magari, di videoclip e spot al fulmicotone. Ma attenzione a fermarsi sulle apparenze, Pirès, infatti, esordisce al cinema già alla fine degli anni Sessanta con il divertente Erotissimo. Si ride ancora con Il rompiballe... rompe ancora (secondo film) con protagonista Lino Ventura e con una comparsata di Alain Delon, poi seguiranno La pendolare, film svagato ma già con un leggero sommovimento di energia pura, Appuntamento con l'assassino, Caccia al montone e siamo arrivati già all'incontro (malaugurato?) con Besson e con i taxxi della sua sceneggiatura. Strana carriera quella di Pirès, che parte divertito come il suo connazionale Francis Veber e giunge ai nostri giorni trafelato e adrenalinico come uno Stelvio Massi d'oltralpe. Perché Riders, come Taxxi, si gioca sulla levigatezza tutta artigianale simil action movie italiano anni Settanta. Il regista, al contrario di quanto altrove si è detto con poca lungimiranza, non si accompagna certo all' "avanguardismo" hollywoodiano dei Woo e Harlin (già tra loro antipodali). Quello di Pirès, e Riders n'è la conferma, è cinema fatto e finito già nel suo nascere. In Riders si ha come la sensazione di trovarci coinvolti in spostamenti prospettici più legati al puro esercizio fisico, corporale di un cinema già cassato, che a quelli sciolti nella fluidità di un digitale ormai inarrivabile, ma controllatissimo, di un Rob Cohen, per esempio. Si ha la netta percezione di essere accompagnati da una macchina da presa che sembra sempre lì lì per perdersi e perdere il contatto con i corpi e i rottami (anch'essi corpi martorizzati) in corsa verso una profondità di campo mai raggiunta. E' una perdita di controllo questa, che ci riconcilia non certo con i limitari postmoderni e lucidi di un Vin Diesel, ma piuttosto con quelli più classici e artigianali di un Maurizio Merli o Tomas Milian. Più limitrofi certamente al Taxi killer di Massi, che a un qualsiasi prodotto, anche più scarso, di produzione hollywoodiana. Per questo motivo pocanzi dicevamo di un cinema già finito, di un film, com'è Riders, o meglio ancora Taxxi, superato in corsa anche, e non soltanto, dalla non più giovane azione di un Frankenheimer, per dirne uno.

 

Titolo originale: Riders
Regia: Gérard Pirès
Sceneggiatura: Mark Ezra, Gérard Pirès
Fotografia: Tetsuo Nagata
Montaggio: Veronique Lange
Musiche: Andy Gray
Scenografia: Guy Lalande
Costumi: Daniel Fortin
Interpreti: Stephen Dorff (Slim), Natasha Henstridge (Karen), Bruce Payne (Jake Macgruder), Steven Berkoff (Surtayne), Clé Bennet (Otis), Steven McCarthy (Frank), Karen Cliche (Alex), Andreas Apergis (Nixdorfer), Tom McCamus (Creep), Alain Goulem (Lou Pandelis)
Produzione: Filmguard, Fusion International, Future Film Financing, Mandarin Films, Spice Factory LTD., Spice Favoy, Transfilm, Telefilm Canada
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 83'
Origine: G.B., Francia, Canada, 2002

 

 
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