"In linea con l'assassino", di Joel Schumacher
Un film d'azione ambientato in una cabina telefonica? Niente sparatorie feroci ma solo avvenimenti condensati nell'unità di tempo, luogo, azione, oltre che di presenza in scena del solo Farrell. Un'idea coraggiosa, che alla lunga non paga.

In un'ipotetica classifica di pellicole stimolatrici di riflessioni sul rapporto tra realtà e fantasia al cinema, In linea con l'assassino meriterebbe di occupare posti di vertice: l'uscita del film negli Stati Uniti, prevista per il 15 novembre scorso, venne posticipata di cinque mesi a causa del fatto che la trama - un uomo costretto a rimanere chiuso in una cabina telefonica al centro di New York da un cecchino pazzo, collegato con lui al telefono, che lo minaccia a distanza con un fucile - era maledettamente somigliante alla realtà quotidiana della East Coast americana, in quel periodo costretta a fare i conti con l'insanità mentale di un franco tiratore, che in dieci diversi attacchi aveva ucciso altrettanti ignari passanti. Un film, quindi, che non era ispirato ad una storia vera, né aveva suscitato maniaci sentimenti emulativi, ma che si trovava ad essere coincidente con un'attualità insensata ed irrazionale. Lo stesso sceneggiatore, Larry Cohen, pur avendo scritto la storia tre anni prima, si mostrò favorevole al rinvio dell'uscita della pellicola, aggiungendo che "un film non significa niente, in confronto con la realtà che sta accadendo": una realtà che vedeva di nuovo l'America alle prese col fantasma di una minaccia invisibile.
Ma è la contravvenzione di alcune delle regole fondamentali del genere "azione" ad essere il vero succo del film: non inseguimenti automobilistici e feroci sparatorie ma, al contrario, la condensazione degli avvenimenti attorno ad un unico ambito spaziale, ristretto come quello di una cabina telefonica, con la tensione sostenuta dal contrapporsi dei due piani "comunicativi" incrociati sul malcapitato Colin Farrell, costretto a triangolare tra killer e polizia. Senza sottovalutare però il coraggio di Cohen, che ha colto la sfida di scrivere una storia per una major, in cui il protagonista "cattivo" non si vede, e che all'unità di tempo, luogo ed azione aggiunge anche l'unità di presenza in scena (quella della vittima, tolti i tre/quattro personaggi minori che animano la vicenda); Schumacher lo aiuta con insistenti "picture in picture" e girando in multicamera, cercando di alleggerire lo sguardo concentrato su un Farrell sempre più sudato.
Poi il tempo passa, e ci si accorge che il gioco era bello, ma non poteva durare molto: la voce del killer - nella versione italiana non subisce il taglio delle frequenze tipico delle comunicazioni telefoniche - con i suoi farneticanti ragionamenti, inizia a stancare; e la coerenza della storia mostra scarsa robustezza. Alla fine, la brama di conoscere il volto del pazzo misterioso lascia spazio ad una fantasia cinefila assetata di esplosioni, sventagliate di fucili a pompa, bombe al plastico e fiumi di sangue, pane e companatico dei film d'azione. Ma non accade nulla di tutto questo.
Titolo originale: Phone Booth
Regia: Joel Schumacher
Sceneggiatura: Larry Cohen
Fotografia: Matthew Libatique
Montaggio: Mark Stevens
Musica: Harry Gregson-Williams
Scenografia: Andrew Laws
Costumi: Daniel Orlandi
Interpreti: Colin Farrell (Stu Shepard), Kiefer Sutherland (il cecchino al telefono), Forest Whitaker (Capt. Ramey), Radha Mitchell (Kelly Shepard), Katie Holmes (Pamela McFadden), Paula Jay Parker (Felicia), Arian Waring Ash (Corky), Tia Texada (Asia)
Produzione: Gil Netter, David Zucker, per Twentieth Century Fox
Distribuzione: Twentieth Century Fox
Durata: 81'
Origine: USA, 2002
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