"Fellini: sono un gran bugiardo" di Damian Pettigrew
Ci pare che nel lavoro di Pettigrew manchi proprio l'attualizzazione del lavoro felliniano, il chè non significa traslazione degli estremi figurativi del suo cinema all'oggi, ma una necessaria interrogazione critica che ne lasci intravedere la sagoma di cinema ancora aperto (nonostante tutto) all'emozione della critica, e del dubbio.

Federico Fellini, un anno prima della morte. E' questa l'impossibile deadline evocata da Damien Pettigrew per il suo film/documentario/intervista/ricordo dedicato alla figura del regista riminese, questa soprattutto l'intensità notevole della parola, evocatrice di momenti e di stati d'animo che si fanno mantra danzante di immagini inquiete e nascoste. La forma felliniana (quella che scavalcò negli anni '50 il neorealismo e quella ben più discutibile con cui a partire dalla Dolce vita il regista contaminò la scena mondiale tutta) è lì, avvitata su se stessa, perfetto oggetto composito di un cinema abitato dallo spettro della psicoanalisi, della sociologia, del rotocalco, e ormai attraversato da flussi teorici e analitici che lo hanno montato e smontato, accumulando nel corso degli anni linee discorsive sempre più lontane dalla negata attualità del cinema felliniano. Da parte nostra, non possiamo che restare perplessi di fronte ai simulacri felliniani che campeggiano nel nostro Paese in questi giorni, sotto forma di dibattiti a tema, di tavole rotonde, di riedizioni delle sue opere al cinema e così via. In questo revival felliniano non vogliamo entrarci, più che altro per una questione di principio. La rievocazione va di pari passo con l'omologazione comandata all'interno di una certa cornice, dentro un preciso schema spazio-temporale, dunque non ci interessa. Ci sentiamo dunque vicini a Pettigrew solo per un motivo: il suo omaggio a Fellini è di quelli fatti davvero col cuore in mano, proprio nel suo scegliere una sorta di diario affettuoso tenuto con l'autore, che ripercorre la sua carriera, i suoi incontri, la sua idea di cinema. Si tratta dunque di concepire l'omaggio come una sorta di attraversamento continuo da un set all'altro delle sue opere, lungo la superficie ondosa di quello che però non è mai (purtroppo) un effettivo esame del cinema preso in considerazione, ma soltanto una passeggiata lungo l'iter della storia umana e professionale di Fellini, affidata in più parti alla voce dei suoi interpreti (tra questi, il Casanova Sutherland e il sempre grande Benigni che si esprime nel suo irresistibile, ma corretto inglese) e lasciata trasparire quale avvicinamento all'idea di un cinema inventato, inverosimile, artificioso. E' come se Pettigrew (che peraltro sta lavorando ad un lungo speciale su Bergman prossimo agli ottantacinque anni), affidandosi anche al montaggio di immagini di repertorio praticamente sconosciute, volesse da un lato accarezzare lo stereotipo del regista che tutti conosciamo, mentre dall'altro indicarne nuovi lati, scoprendone ulteriori valenze. Purtroppo però, pur riconoscendo come già accennato il carattere puntuale ed onesto del lavoro, ci pare che manchi proprio l'attualizzazione del lavoro felliniano, il chè non significa traslazione degli estremi figurativi del suo cinema all'oggi, ma una necessaria interrogazione critica che ne lasci intravedere la sagoma di cinema ancora aperto (nonostante tutto) all'emozione della critica, e del dubbio. La glorificazione (sostenuta poi in questo caso da un mestiere ben saldo) è una forma possibile d'amore. Continuiamo a preferire quella legata alla dialettica, al confronto. Al ripensamento.
Titolo originale: Fellini: je suis un grand menteur
Regia: Damian Pettigrew
Sceneggiatura: Damian Pettigrew, Olivier Gal
Fotografia: Paco Wiser
Montaggio: Florence Ricard
Musiche: Luis Enriquez Bacalov, Nino Rota
Interpreti: Federico Fellini (se stesso), Roberto Benigni (se stesso), Italo Calvino (se stesso), Terence Stamp (se stesso), Donald Sutherland (se stesso), Luigi Benzi (se stesso), Dante Ferretti (se stesso), Rinaldo Geleng (se stesso), Tullio Pinelli (se stesso), Giuseppe Rotunno (se stesso), Daniel Toscan Du Plantier (se stesso)
Produzione: Olivier Gal per Portrait & Cie
Distribuzione: Mikado
Durata: 105'
Origine: Francia/Gran Bretagna, 2003
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