"Identità", di James Mangold
Proprio come "Dreamcatcher" per Kasdan, "Identity" è il film che radicalizza la poetica della patologia e dell'anormalità di Mangold, ora definitivamente implosa ed esplosa nel cervello-schermo del protagonista dove le moltiplicazioni dell'io non sono più semplici distorsioni del corpo, ma produzioni di nuovi e altri corpi dotati di vita propria

Probabilmente aveva ragione Gilles Deleuze a dire che "il cervello è lo schermo", che la porzione di spazio ritagliata dalla tela bianca illuminata dal fascio di luce del proiettore è il luogo ideale per donare senso e consistenza alle pulsioni liberate da neuroni e cellule cerebrali. E sicuramente la pensa come il filosofo francese il regista americano James Mangold, da sempre interessato alla messa in scena dello scarto esistenziale e psicologico che si apre fra normalità e diversità, che nel suo ultimo film Identity costruisce un puzzle, un sottile gioco di scatole cinesi sprofondato nella mente di un pazzo criminale tormentato da personalità multiple.
Certo, raccontata così la trama di questo falso thriller non sembra brillare per originalità: dai lugubri abitanti del Bates Motel o dell'Overlook Hotel, passando per gli assassini postmoderni di De Palma e Argento, fino alle Strade perdute di lynchiana memoria, l'esplorazione di universi privati e il moltiplicarsi dell'io nello stesso corpo è un tema dominante nel cinema della modernità. Se poi il set del film è squadrato dai confini liquidi e piovosi di un altro motel di provincia dove il maniaco di turno si diverte a massacrare gli ospiti rifugiati nell'albergo rileggendo accuratamente le pagine di un classico della letteratura gialla come Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, la tentazione di scorgere in Identity solo uno dei tanti giochi di decostruzione e ricostruzione del più recente immaginario filmico e letterario è innegabile. Una convinzione fortunatamente destinata a dissolversi non appena la sceneggiatura ad incastri di Michael Cooney lascia emergere fra un raccordo e l'altro un scarto imprevisto, un altro detour dello sguardo che manda in frantumi ogni lettura decostruzionista, ogni insulso ed inutile gioco postmoderno di restyling o remake della nostra memoria di celluloide. Perché, fra queste immagini, allo scarto fra normale e patologico si aggiunge un'ulteriore differenza, un'altra pericolosa deviazione narrativa: qui le proiezioni mentali del protagonista hanno consistenza ontologica, non producono solo eccesso di senso o alterazione della realtà circostante, ma creano un altro mondo possibile, un universo di corpi, azioni ed eventi che vivono e agiscono nello spazio reale di una mente che trova nello sguardo della macchina da presa una originalissima fucina di materia emozionale. E' l'argomento ontologico - parola desueta e temutissima proprio dai recenti teorici della decostruzione e della postmodernità - a segnare profondamente le inquadrature di Identity ed a spezzare il gioco della citazione, dell'inutile e stanca ripetizione opponendo alla immagine che riflette su se stessa e su tutti i suoi possibili segni e significati, la presenza disturbante di una sequenza mentale che addirittura si presentifica costituendo un altro mondo assolutamente reale dove si ama, si odia e si uccide barbaramente per riuscire a sopravvivere. Una presenza così dura e reale, un'immagine talmente fisica e corporea da irrompere prepotentemente, nell'ultima sequenza, fra le pieghe della mente creatrice e spingerla definitivamente verso la patologia del non ritorno in un circolo chiuso (o double-bind! ) dove l'immagine mentale crea un'immagine reale che torna e modifica la prima con la sua nuova potenza materica e immaginifica. Mentre lo schermo, come diceva Deleuze, è il cervello e il cinema è l'unico vero "acchiappasogni" in grado di materializzare e ontologizzare mondi possibili e oscure pulsioni o lotte interiori.
In questo senso, proprio come Dreamcatcher per Lawrence Kasdan, Identity è il film che radicalizza la poetica della patologia e dell'anormalità inaugurata da James Mangold con Dolly's Restaurant, proseguita con una prospettiva più sociale in Cop Land e Ragazze interrotte, ed ora definitivamente implosa ed esplosa nel cervello-schermo di Ed, protagonista di questa palude visiva dove le moltiplicazioni dell'io non sono più semplici distorsioni del corpo, ma produzioni di nuovi e altri corpi dotati di vita propria. Autentico escamotage della messa in scena che visualizza e rende possibile l'argomento ontologico della sceneggiatura in un altro circolo o "doppio legame" che passa dalle parole alle immagini, dalle visioni ai corpi, dal virtuale al reale. Perché se il cervello è lo schermo, lo schermo è sempre più l'unica cornice di tutto lo spettro del reale.
Tit. or.: Identity
Regia: James Mangold
Sceneggiatura: Michael Cooney
Fotografia: Phedon Papamichael
Montaggio: David Brenner
Scenografia: Cindy Carr
Musica: Alan Silvestri
Costumi: Arianne Phillips
Interpreti: John Cusack (Ed), Ray Liotta (Rhodes), Amanda Peet (Paris), John Hawks (Larry), Alfred Molina (Doctor), Clea Duvall (Ginny).
Produttori: Stuart M. Besser, Dixie J. Capp, Cathy Konrad
Distribuzione:
Origine: Usa
Durata: 90 min.
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