"Un ciclone in casa" di Adam Shankman

Shankman gioca con le apparenze dei corpi, centrando l'essenza della rappresentazione con un succedersi di schemi simili a quelli della slapstick commedy, centrifugati in quadri prospettici che attraversano tutti i luoghi deputati al genere.

Torna alle geometrie sentimentali di Prima o poi mi sposo il cinema di Adam Shankman. Un ciclone in casa è infatti una sorta di ideale prosecuzione dell'altro film, se non altro in fatto di triangolazioni indiavolate tra corpi immersi in un incontro/scontro che è poi il punto nevralgico della narrazione. Shankman conosce bene le regole della commedia classica e le rispetta con un gusto volutamente anacronistico per i dettagli, per i passaggi invisibili tra un ambiente e l'altro e soprattutto nella transizione trai due diversi momenti del contatto trai due protagonisti (Steve Martin e Queen Latifah). In questo senso infatti è come se il set si dividesse almeno inizialmente in due porzioni di spazio distinte (quella che scandisce la solitudine del protagonista lasciato dalla moglie, e solo successivamente quella che apre l'incontro prima on-line con la Latifah), a scandire le fasi di un contatto nelle prime fasi solo virtuale (Martin decide di conoscere la donna perché affascinato dalla sua personalità via chat). E' infatti proprio il momento in cui i due si conoscono a sbarrare definitivamente le porte al possibile melò che ne sarebbe potuto uscire fuori, con un ricorso improvviso ad una comicità fisica e verbale, attraversata dal gusto dell'improvvisazione, all'interno di uno spazio domestico che rimanda Steve Martin quasi ai tempi de Il padre della sposa. E poi Shankman gioca con le apparenze dei corpi (la protagonista si rivela una evasa che intende servirsi di Martin per dimostrare la sua innocenza), centrando l'essenza della rappresentazione con un succedersi di schemi simili a quelli della slapstick commedy, centrifugati in quadri prospettici che attraversano tutti i luoghi deputati al genere. E' come se il regista, aiutato dal discreto testo di Jason Filardi, spingesse proprio il ritmo delle singole sequenze in un cortocircuito di forme destinate replicarsi secondo accurati fraseggi (peraltro molto divertenti, con la presenza ingombrante e massiccia della Latifah che quasi minaccia Steve Martin), sotto forma di schegge esilaranti di uno sguardo che non reinventa corpi e spazio (dissimile dunque dall'operazione riuscita quest'anno all'Hogan di Insieme per caso), ma li filma in un assetto che mima lo scontro, per sfociare poi nel gioco più aperto.

Titolo originale: Bringing Down the House
Regia: Adam Shenkman
Sceneggiatura: Jason Filardi
Fotografia: Julio Macat
Montaggio: Gerald B. Greenberg
Musiche: Lalo Schifrin
Scenografia: Linda Descenna
Costumi: Pamela Withers
Interpreti: Steve Martin (Peter Sanderson), Queen Latifah (Charlene Morton), Eugene Levy (Howie Rottman), Joan Plowright (Sig.ra Arness), Jean Smart (Kate Sanderson), Kimberly J. Brown (Sarah Sanderson), Angus T. Jones (Georgey Sanderson), Missi Pyle (Ashley), Micheal Rosenbaum (Todd Gendler), Betty White (Sig.ra Kline) Alonzo Bodden (Bear), Jernard Burks (Guardia del corpo del vedovo), Diana Carreno (Hip Hopper)
Produzione: Hyde Park Entertainment/Touchstone Pictures
Distribuzione: Buena Vista International Italia
Durata: 105'
Origine: Usa, 2003

 

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