"L'ultimo gigolò" di George Hickenlooper
Hickenlooper (seguendo peraltro la linea wellesiana che già aveva intrapreso in "Giochi sporchi"), punta i riflettori su una formidabile profondità di campo, in cui tratteggiare linee, colori, aperture, finendo così per allargare il set a dismisura.

Quello di Hickenlooper è uno sguardo inquieto, profondo, irriconciliato. Le sue opere in Italia si conoscono pochissimo (sono uscite soltanto a noleggio ed alcune, in un secondo momento, trasmesse in televisione), ed è un gran peccato. Basti solo vedere Heart of darkness (da noi ribattezzato Viaggio all'inferno), per scoprire un regista che rievoca i fasti del set coppoliano di Apocalypse Now per costruirci sopra una lastra irrequieta e nomade di spiazzamenti e visioni, le stesse che tornano nel bellissimo The Criminals, vera summa degli itinerari fuori/dentro il set del miglior cinema americano degli anni Settanta. Ecco, quella del regista è una visione delle cose assolutamente fuori dal tempo, capace insomma di creare scivolamenti temporali appena percettibili, eppure in grado di rivitalizzare in modo energico e pulito le tracce di una sublime classicità. Ne L'ultimo gigolò mette in campo segni di un noir vissuto a fior di pelle (tutto l'inizio con la descrizione del set familiare del protagonista, subito insediato da un esterno che provoca frattura e dispersione, simile in questo al set tipo di Adrian Lyne), con incursioni veloci e spiazzanti su orizzonti in cui perdersi, entrando in contatto con altri possibili sé (il protagonista Byron, scrittore sfortunato, viene coinvolto in un giro di prostituzione maschile da un certo Luther Fox) che lo irretiscono in un labirinto delirante di possibilità. Quella di restare marito modello e padre esemplare, oppure quella di trasformarsi in accompagnatore di donne sole, desiderose di svago. La scelta è questa e Hickenlooper (seguendo peraltro la linea wellesiana che già aveva intrapreso in Giochi sporchi), punta i riflettori su una formidabile profondità di campo, in cui tratteggiare linee, colori, aperture, finendo così per allargare il set a dismisura (si passa dalla casa del protagonista, all'ufficio di Fox, per poi ripartire dallo spazio claustrofobico dei locali notturni) e filmare la graduale venuta alla luce di un rimosso che prende la forma di corpi spettrali (quello immenso di Coburn, qui alla sua ultima apparizione, quello volutamente ambiguo di Jagger, ma anche lo stesso di Garcia, attore fin troppo sottovalutato), sempre in bilico tra la luce dello svelamento e l'oscurità della sparizione. Lo schema tradizionale di genere viene qui riscritto dalla sensualità strisciante di momenti assolutamente indipendenti ed autonomi (stessa sorte delle infinite deviazioni dalla traccia tematica dello Schrader di American gigolò, nel ricamo di sguardi tra la Hutton e Gere), punte di puro piacere descrittivo che liberano lo sguardo, sprigionando un'esemplare voglia di fare ancora cinema.
Titolo originale: The Man from Elysian Fields
Regia: George Hickenlooper
Sceneggiatura: Philipp Jayson Lasker
Fotografia: Kramer Morgenthau
Montaggio: Micheal Brown
Musiche: Anthony Marinelli, Thomas Morse
Scenografia: Frankie Diago
Effetti: Micheal Backauskas
Costumi: Matt Jacobsen, Dara Waxman
Interpreti: Andy Garcia (Byron Tiller), Mick Jagger (Luther Fox), Julianna Margulies (Dena Tiller), Olivia Williams (Andrea Alcott), James Coburn (Tobias Alcott), Susan Barnes (donna affascinante), Xander Berkeley (Virgil Koster), Richard Bradford (Edward Rodgers), Micheal Des Barres (Nigel Halsey), Sherman Howard (Paul Pearson), Anjelica Huston (Jennifer Adler), Joe Santos (Domenico)
Produzione: Cineson Productions, Fireworks Pictures, Gold Circle Films, Pfilmco, Shoreline Entertainment
Distribuzione: Minerva Pictures
Durata: 106'
Origine: Usa, 2001
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