"The Transporter", di Corey Yuen
Si respira una contagiosa idea di cinema in "The Transporter", una linea di pensiero filmica da imputare senza dubbio (almeno a livello epidermico) alla spericolata regia di Yuen, ma ancor di più alla scrittura di Besson che qui pare essersi davvero rimpadronito di un cinema fatto come su misura.
Si respira una contagiosa idea di cinema in The Transporter, una linea di pensiero filmica da imputare senza dubbio (almeno a livello epidermico) alla spericolata regia di Yuen, ma ancor di più alla scrittura di Besson che qui pare essersi davvero rimpadronito di un cinema fatto come su misura, lontano per certi versi da quello prodotto negli ultimi anni. In questo senso The transporter torna costantemente sui luoghi del cinema dell'autore francese (l'isolamento iniziale del protagonista che pare venire fuori dalla prima frazione di Leon, ma anche le sequenze di improvvisa tenerezza che quasi riprendono il rapporto sempre rimandato di Karyo e della Parillaud in Nikita), attraversandoli con grande forza visiva e con un senso della messinscena affidata sì ai numeri balistici degli stunt man, ma in grado comunque di instaurare un campo di forze mai risolte sotto il solo segno dell'azione. Tutto l'inizio ad esempio con un grande Jason Statham (interessante scoperta dell'ultimo periodo, ma già presente in John Carpenter's Ghosts of Mars) a disegnare porzioni di spazio sempre troppo vuote, colmate poi da un'ingombrante valigia con cui deve affrontare un lungo viaggio, e nella quale scopre una giovane orientale con diversi problemi a carico. Segnali di un mondo letto da un'ottica claustrofobica (la giovane respira a mala pena dentro la valigia, Jason vive una totale solitudine), che poi però si capovolge quando si tratta di dare un senso alla propria azione. E' questo allora la cifra più personale istillata da Besson (aiutato dal bravissimo Robert Mark Kamen, sceneggiatore abituale di Avildsen), da sempre ossessionato dall'idea di mettere in campo un aleatorio antieroe moderno, che trova compimento e soddisfazione soltanto allargandosi gradualmente all'esterno: è quello che fa Statham nell'opera, seguendo un percorso già tracciato dal Renò di Leon, dalla Giovanna D'Arco fiera e combattiva, ma anche dagli stessi protagonisti de Le Gran Bleu, immersi nel monoset dell'abisso, a cercare un senso in profondità. Funzionale dunque la regia di Yuen, esperto in coreografie nervose e precise, che si limita a seguire bene il testo, senza frantumare eccessivamente l'azione disperdendola (questo in fondo il massimo limite di opere apparentemente similari come Red siren e Nido di vespe), ma concentrandola altresì in perimetri sempre sul punto di esplodere (Yuen deve essersi ricordato del suo vecchio Kickboxing con Van Damme). Il cinema di Besson è un concentrato di carne e di spirto, commozione e brutalità. The Transporter lo ricalca fedelmente. Seguendolo.
Le Transporteur
Regia: Corey Yuen
Sceneggiatura: Luc Besson, Robert Mark Karmen
Fotografia: Pierre Morel
Musiche: Stanley Clarke
Montaggio: Nicolas Trembasiewicz
Scenografia: Hugues Tissander
Effetti: Georges Demetrau, Eclair Numerique, Mikros Image
Costumi: Martine Rapin
Interpreti: Jason Statham (Frank Martin), Shu Oi (Lai), Matt Shulze (Wall Street), Francois Berleand (Tarconi), Ric Young (Mr. Kway), Doug Rand (Leader), Didier Saint Melin (Boss), Matthieu Albertini (scagnozzo), Jean-Yives Billien (scagnozzo), Adrien Dearnell (giornalista televisivo), Tonio Descanvelle (scagnozzo), Laurent Desponds (scagnozzo), Christian Gazio (poliziotto), Stephan Guju (scagnozzo di Wall Street), Audrey Hamm (segretaria), Laurent Jumea Court (scagnozzo), Alfred Lot (poliziotto), Sebastien Migneau (wheel man), Vincent Nemeth (pilota), Jean Marie Paris (scagnozzo), Sandrine Rigaux (infermiera)
Produzione: EUROCORP, TF1 FILMS PRODUCTIONS CURRENT ENTERTAINMENT, CANAL PLUS
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata:93'
Origine: Francia, 2003
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