"Oligarch" di Pavel Lounguine

Con la struttura di un gangster movie continuamente spezzato da andirivieni temporali, il film è il ritratto dei primi dieci anni della Russia post-comunista, l'affresco di un paese "nuovo" dove mafia e politica gestiscono il processo di decadimento morale di un intero paese.

Oligarch è la quinta tappa dell'affresco di Pavel Lounguine sul decadimento morale e la corruzione della società russa de dopo comunismo. Non manca nulla di ciò che ci si aspetterebbe da un film "politico" sull'Est Europa: corruzione, mafia, violenza, morti sospette, indistinta collusione tra crimine e legalità. Il degrado e lo spaesamento, come sempre in Lounguine, emergono senza essere forzati, come se bastasse raccontare una storia "dalla Russia", poco importa se un matrimonio o un intrigo politico-mafioso, per rifletterne il caos. Il problema è controllarlo tale caos, specie quando si sceglie come cifra stilistica proprio l'assimilazione, da parte della diegesi e del film stesso, del turbine e del movimento continui. E se Le nozze era il classico film urlato, tutto attori incontenibili e gigioni, Oligarch è un gangster movie schizofrenico che racconta con continui andirivieni temporali e un po' di confusione l'ascesa di un uomo al potere tra mafia, politica e grande industria.

La storia comincia nel 2002 con l'omicidio dell'eroe, il plurimiliardario Platon Makowski, proprietario di televisioni e giornali, e ridiscende fino al 1988 per indagare sulle cause del delitto e ricostruire le vite di quattro amici, uno dei quali Makowski, che hanno fatto soldi dopo la caduta del regime. Quindici anni di storia patria ripercorsi un po' alla Citizen Kane e un po' alla Jerzy Skolimovski, con i quattro ex compagni alle prese con illusioni e verità scomode che ricordano i protagonisti di Mani in alto del regista polacco. Anche in quel caso si analizzava un pezzo di storia comunista, lo stalinismo e il dopoguerra, e già allora, nel 1980, si parlava di decadimento e sconfitta. Oligarch, vent'anni dopo, è inevitabilmente ancora più nero e cinico: il film in originale si chiama Un Nouveau Russe, ma in questo "nuovo" paese, sembra dire Lounguine, neanche più l'idealismo è possibile, e solo il gangster movie, con le sue strutture narrative apparentemente rivisitate, pare essere l'unico genere in grado di raccontarne il volto più autentico.

 

Titolo originale: Un nouveau russe
Regia: Pavel Lounguine
Sceneggiatura: Aleksandr Borodyansky, Yuli Dubov, Pavel Lounguine
Fotografia: Oleg Dobronravov, Aleksei Fyodorov
Montaggio: Sophie Brunet   
Musiche: Leonid Desyatnikov
Interpreti: Vladimir Mashkov (Platon), Mariya Mironova (Masha), Levani Outchaneichvili (Larry), Aleksandr Baluyev (Koretsky), Andrei Krasko (Shmakov), Marat Basharov (Koshkin), Mikhail Vasserbaum (Mark), Sergei Yushkevich (Viktor), Natalya Kolyakanova (Nina), Aleksandr Samojlenko (Musa), Vladimir Steklov (Belenky), Vladimir Kashpur (Captain), Vladimir Golovin (Akhmet)
Produzione: Pavel Lounguine
Distribuzione: Istituto Luce
Durata: 128'
Origine: Francia/Germania/Russia 2002

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