"Al calar delle tenebre" di Jonathan Liebesman

Nell'ennesima percezione del barbarico, l'oscurità è povera di sussulti immaginativi. Le tenebre non raggiungono il terrore della vita quotidiana, che squarcia le miti superfici dell'interazione comune per portare alla luce le inquietudini e le violenze sottostanti.

A parte qualche isolata "sollecitazione cardiaca", l'opera dell'esordiente regista americano Jonathan Liebesman, è certamente più legata alla filmografia di genere degli ultimi decenni. Lo spettatore subisce passivamente i foschi presagi ben confezionati. Sin dall'inizio non viene lasciato alcun dubbio circa la realtà dei fatti:  la "Fata Dentina" non è un'allucinazione, una proiezione mentale, ma un'apparizione mostruosa e vendicatrice. Di notte entra in casa per portar via l'ultimo dente da latte caduto, ma se ti ritrovi ad incrociare il suo sguardo sei condannato a morire. Kyle (Joshua Anderson) da bambino lo ha fatto e quella volta si è salvato chiudendosi in bagno con la luce accesa perché è l'unica modo per salvarsi. Da quel giorno però è stato incessantemente perseguitato e ha rinunciato definitivamente a farsi avvolgere dal buio per l'ultimo abbraccio mortale. Neanche per un attimo può restare senza luce e quando incontra, ormai trentenne, un altro bambino come lui, sentirà il bisogno di affrontare il suo incubo. Michael (Lee Cormie) è il catalizzatore, è una sorta di 'doppio' di Kyle. Quest'ultimo prova a riscattare la propria esistenza attraverso Michael.

Le rifiniture tecnico-espressive del film hanno semplicemente gonfiato eccessivamente di "accademismo" il tutto. Il mostro delle tenebre è tenuto nascosto il più a lungo possibile perché evidentemente non si ha paura di ciò che si conosce, ma solo dell'ignoto. Come nella cinematografia degli anni Settanta, la lentezza dei movimenti di macchina avrebbe dovuto preparare il campo alla sorpresa.  È l'ennesima percezione del barbarico in cui mancano sussulti immaginativi. Costruito su una farraginosa scrittura, il film quasi mai trova il modo di interessarci fino in fondo. Manca l'indagine sul potenziale offerto dalla rottura delle aspettative, per cui l'orrore nasce tanto dalla forma che dal contenuto.  Le tenebre non raggiungono il terrore della vita quotidiana, che squarcia le miti superfici dell'interazione comune per portare alla luce le inquietitudini e le violenze sottostanti. La favola come strumento di controllo delle coscienze è un aspetto  sommariamente trattato, è un'occasione persa. È il tramandare, attraverso il racconto, credenze sovrannaturali, che spesso si compie la materializzazione delle paure e delle angosce sia psicologiche che sociali. Quindi, pur non credendoci alla creatura omicida come semplicemente esistente, la si subisce come immagine "romanzesca" valida e inquietante che riceve la propria vitalità, quando ciò accade, dalla verità sottesa che essa rappresenta.

 

Titolo originale: Darkness Falls
Regia: Jonathan Liebesman
Sceneggiatura: John Fasano, James Vanderbilt, Joe Harris
Fotografia: Dan Laustsen
Montaggio: Steve Mirkovich, Tim Alverson
Musica: Brian Tyler
Scenografie: George Liddle
Costumi: Anna Borghesi
Interpreti: Chaney Kley (Kyle), Emma Caulfield (Caitlin), Lee Cormie (Michael), Grant Piro (Larry), Sullivan Stapleton (Matt), Steve Mouzakis (Dr. Murphy), Peter Curtin (Dr. Travis), Joshua Anderson (Kyle bambino), Emily Browning (Caitlin bambina)
Produzione: Distant Corners/Blue Stars Pictures
Distribuzione: Columbia TriStar Films Italia
Durata: 85'
Origine: USA, 2003

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